La vicenda ha dell'inquietante e getta un'ombra lunga sul futuro dei diritti d'immagine nell'era dell'intelligenza artificiale generativa. IAMDDB, al secolo Diana De Brito, rapper e cantante di origini angolano-portoghesi cresciuta tra Manchester e Lisbona, ha scoperto che il suo volto — o meglio, una sua controparte sintetica — è stato utilizzato in un video di propaganda diffuso sui canali ufficiali del governo israeliano.
Il contenuto, rimosso nelle ore successive alle prime segnalazioni, mostrava un'avatar generato via AI che rappava un brano intitolato "Jews From Judea (We Did)", dal testo apertamente politico: «Colonizzatori? / Dite il nome / Ebrei dalla Giudea, sta nel dannato nome / Stesse lettere ebraiche, stessa cultura, stesse preghiere rimangono / Da Berlino a Baghdad, da Mosca a Fez / Hanno detto: 'Tornate da dove siete venuti'. L'abbiamo fatto».
La reazione dell'artista non si è fatta attendere. In una dichiarazione esclusiva a Rolling Stone, IAMDDB ha definito l'accaduto «un'ulteriore manifestazione dello sfruttamento sistematico degli artisti neri, in particolare delle donne nere». «Dal blackface all'appropriazione delle nostre identità e della nostra creatività — ha scritto — questo solleva preoccupazioni serie su come l'IA stia abilitando gli stessi schemi in una forma nuova. La mancanza di una regolamentazione significativa sull'IA e di tutele per i diritti degli artisti è profondamente preoccupante. La nostra immagine, la nostra voce, la nostra identità sono il nostro sostentamento: sapere che possono essere replicate senza consenso minaccia la nostra libertà artistica e la capacità di creare in sicurezza».
Il caso era stato portato alla luce inizialmente dall'attivista e scrittore Jonah Shimunov, che su Instagram aveva commentato con amarezza: «La mia reazione iniziale è stata quanto fosse ironico che in un video che Israele usa per rivendicare una terra rubata, la protagonista fosse a sua volta rubata in un video usato per sostenere che gli israeliani sono indigeni della Palestina. Persino l'identità che hanno rubato non era nemmeno israeliana».
La vicenda riaccende il dibattito — già accesissimo — sull'uso etico e legale dei modelli generativi addestrati su dati biometrici e creativi senza autorizzazione. Mentre l'Unione Europea lavora all'AI Act e negli Stati Uniti si moltiplicano le cause legali (da Getty Images a Sarah Silverman, fino alle recenti class action di artisti visivi), episodi come questo dimostrano che la tecnologia sta correndo molto più veloce della legge.
Per IAMDDB, che ha costruito la sua carriera su un'estetica ibrida tra jazz, trap e neo-soul rivendicando orgogliosamente le sue radici africane, la violazione è anche personale: «Non ho mai dato il mio consenso. La mia arte non è a disposizione per narrazioni che non mi appartengono».
Il governo israeliano non ha finora rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla rimozione del video né sulla provenienza del modello AI utilizzato. Resta una domanda aperta: chi risponde quando un algoritmo ruba un volto per mettergli in bocca parole che il suo proprietario non ha mai pronunciato?
