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Il Pallone d'Oro sale sul palco del Palladium: vince Kane, Jorja Smith apre il gala con "Blue Lights"

Il Pallone d'Oro sale sul palco del Palladium: vince Kane, Jorja Smith apre il gala con "Blue Lights"

C'è un momento preciso in cui una serata di calcio smette di essere una serata di calcio. Stasera è stato quando Jorja Smith è salita sul palco del London Palladium e ha attaccato Blue Lights. Non l'inno di una squadra, non una fanfara: una canzone soul del 2016 su luci blu e sirene, scelta per aprire la 70ª cerimonia del Pallone d'Oro proprio a dieci anni dal suo debutto discografico. Il gala sarebbe dovuto partire alle 20 ora locale, è partito quasi un'ora dopo — come un concerto in cui la band non è ancora arrivata in camerino. In sala, duemiladuecentottantasei posti di velluto rosso occupati dai migliori giocatori del mondo.

A condurre, Thierry Henry e Kate Scott. In cartellone, oltre a Jorja Smith, anche il rapper franco-marocchino French Montana. Poi, verso le 23 italiane, Ronaldo il Fenomeno ha consegnato il trofeo: un pallone d'oro, ovviamente. E lo ha consegnato a Harry Kane.

Sì: è Harry Kane, non Moise Kean. Il centravanti inglese del Bayern Monaco, 33 anni. L'attaccante della Fiorentina non era nemmeno tra i trenta candidati — in tutta la lista c'era un solo giocatore di Serie A, Lautaro Martínez, 22esimo. Nessun italiano, e Gigio Donnarumma nemmeno tra i portieri in lizza. Ma questa è la parte triste della faccenda, e in un webzine musicale conta fino a un certo punto.

Il tempio

Vale la pena raccontare dove è andata in scena la cosa, perché il luogo è il vero protagonista della serata. Il London Palladium sta in Argyll Street, a Soho, e prima di diventare un teatro è stato un aviario, un bazar, un circo con la pista allagabile e — negli anni Novanta dell'Ottocento — una pista di pattinaggio chiamata National Skating Palace. Nel 1910 è arrivato l'edificio di Frank Matcham: scale monumentali, stucchi rococò, granito rosa di Norvegia, un centralino telefonico interno perché i palchi potessero parlarsi tra loro. Costo: 250.000 sterline, quasi 40 milioni di oggi.

Tra le due guerre ci suonarono Duke Ellington e Louis Armstrong. Poi Sinatra, Ella Fitzgerald, Judy Garland, Bing Crosby, Carmen Miranda. Nel 1963 i Beatles, al Sunday Night at the London Palladium, e il giorno dopo un giornale coniò il termine "Beatlemania". Poche settimane più tardi, alla Royal Variety Performance, Lennon invitò i benestanti in sala a "far tintinnare i gioielli". Il Palladium ha ospitato quella serata 43 volte, più di qualsiasi altro teatro. E domani, sullo stesso palco calpestato stasera da Kane e Mbappé, si esibisce Leo Sayer, 78 anni.

La scelta di Londra — prima volta fuori dalla Francia in settant'anni — è un omaggio dichiarato a Stanley Matthews, che nel 1956 vinse la prima edizione del premio a 41 anni. E qui il cortocircuito musicale è perfetto: il 1956 è anche l'anno in cui il rock'n'roll deflagra. A gennaio escono Heartbreak Hotel e Blue Suede Shoes, a marzo Long Tall Sally, a giugno Be-Bop-a-Lula. Il trofeo e il genere che ha riscritto il Novecento nascono nello stesso giro di mesi. Settant'anni dopo, un altro inglese alza la stessa coppa.

Il verdetto

Kane ha chiuso la stagione con 73 gol in 65 partite tra Bayern e Inghilterra, 36 dei quali in 31 gare di Bundesliga, con la Scarpa d'Oro europea, il titolo tedesco, la Coppa di Germania e la Supercoppa. In serata aveva già ritirato il Trofeo Gerd Müller come miglior attaccante. In carriera è a 543 reti. È il primo inglese a vincere dal 2001, quando trionfò Owen — che stasera era in sala.

"Sono senza parole — ha detto, visibilmente emozionato —. Mando un abbraccio a Kompany, ringrazio tutto il club. Spero di essere d'esempio per chi sogna di essere il migliore, come oggi lo sono io". Alla fine dell'elenco dei ringraziamenti ha citato anche Conte e Mourinho, i suoi allenatori al Tottenham. Il tecnico belga del Bayern, Vincent Kompany, era assente per il malore accusato in panchina nei giorni scorsi: Henry gli ha mandato un augurio dal palco.

Sul podio, nell'ordine: Mbappé secondo, Yamal terzo. Niente da fare per i due grandi favoriti della vigilia. Messi — otto Palloni d'Oro, primatista assoluto — non è nemmeno venuto a Londra. Il Real Madrid è tornato alla cerimonia dopo due anni di boicottaggio.

Un dettaglio che vale la pena raccontare perché è la versione calcistica di una falsa partenza: poche ore prima del gala, il sito ufficiale del Pallone d'Oro ha pubblicato tre articoli diversi che proclamavano vincitori Kane, Yamal e Mbappé. Uno per uno, con tanto di testi celebrativi, rimasti online per mezz'ora prima della rimozione e di una indagine interna. Un attacco sbagliato. La scaletta, per fortuna, era un'altra.

La colonna sonora

Il calcio non ha partiture, ha cori. È l'unica forma di musica popolare che si produce ancora in massa, in diretta, da migliaia di persone non professioniste, senza che nessuno paghi il biglietto per il concerto. E Kane è dentro questa tradizione in modo quasi letterale: i tifosi del Tottenham gli hanno dedicato He's one of our own — «è uno dei nostri» — e lui nel 2015 ha ammesso alla BBC di canticchiarla sotto la doccia. Non capita a tutti di essere il ritornello di casa propria.

Poi c'è il repertorio nazionale. Three Lions (Football's Coming Home) di Baddiel, Skinner e The Lightning Seeds, che dal 1996 torna in classifica a ogni torneo. E Southgate You're the One, che nel 2018 le curve inglesi hanno ricavato da Whole Again delle Atomic Kitten, tanto da spingere il gruppo a reinciderla nel 2021: una canzone del 2001 riscritta dai tifosi, vent'anni dopo, per un allenatore. È il folk che funziona così: prende quello che passa la radio e ci mette dentro il proprio vocabolario.

Sul fronte opposto, quello dell'industria, Kane è anche un piccolo genere discografico a sé: quest'anno sono usciti Harry Kane like a Hurricane e Harry Kane Song, King of Munich, oltre a una serie di inni da stadio pubblicati su Spotify e Apple Music da etichette specializzate in cori. Un giocatore che non ha mai inciso un disco ha comunque una discografia.

Le altre coppe

Il Pallone d'Oro femminile è andato ad Alexia Putellas, terzo successo in carriera, con cui eguaglia il record della connazionale Aitana Bonmatí. Un dato che stasera suona particolarmente londinese: Putellas si è trasferita quest'estate alle London City Lionesses, ed è l'unica vincitrice della serata che viveva già nella città del gala. Ha guidato il Barcellona a Liga, Coppa della Regina, Supercoppa e Champions, dove è stata eletta miglior giocatrice della fase finale.

Il Trofeo Kopa è andato a Yamal, 19 anni, terzo consecutivo: «Lo dedico a Cubarsí, meritava lui». Il Trofeo Yashin a Unai Simón, il Socrates Award a Bukayo Saka per il suo impegno umanitario, il premio di miglior allenatore a Luis de la Fuente — ct di una Spagna campione del mondo — e quello di miglior club al PSG, che ha celebrato il secondo titolo europeo consecutivo con Dembélé sul palco.

La scaletta

Classifica ufficiale del Pallone d'Oro 2026, come un set: 1. Kane · 2. Mbappé · 3. Yamal · 4. Rodri · 5. Messi · 6. Kvaratskhelia · 7. Dembélé · 8. Haaland · 9. Olise · 10. Fabián Ruiz · 11. Bellingham · 12. Cubarsí · 13. Hakimi · 14. Vitinha · 15. Rice · 16. Ferran Torres · 17. Vinícius Jr · 18. Cucurella · 19. João Neves · 20. Pacho · 21. Gabriel Magalhães · 22. Lautaro Martínez · 23. Nuno Mendes · 24. Luis Díaz · 25. Marquinhos · 26. Upamecano · 27. Bruno Fernandes · 28. Quiñones · 29. Saliba e Mané ex aequo.

Restano due immagini. Un pallone dorato sul palco di un teatro che ha visto Lennon prendere in giro i ricchi, e una ragazza di Walsall che canta Blue Lights alle 21:45 di un lunedì d'ottobre davanti a Kane e Mbappé. Il calcio è la cosa più musicale che abbiamo: due ore di attesa, una canzone sbagliata in apertura, e alla fine un uomo di 33 anni che piange davanti a una coppa. Il resto è soltanto la stampa che scrive i titoli prima del fischio d'inizio.

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