EDITORIALE
Il sacro e il profano: quando la musica torna a essere rito civile
Due eventi, due geografie, una sola urgenza: restituire alla musica la sua funzione originaria di coesione sociale. Uto Ughi al Teatro Condominio di Varese e la 35ª edizione del Festival Internazionale di Musica Sacra di Pordenone non sono semplici concerti. Sono atti politici nel senso più alto del termine.
L'archetipo del violinista che non tace
Quando Uto Ughi afferma che la musica è "antidoto alla violenza", non sta pronunciando una frase da cartolina. Sta rivendicando una genealogia che affonda le radici nel mito di Orfeo, che ammansiva le belve con la lira, e nella lezione di Yehudi Menuhin, che suonò per i sopravvissuti di Bergen-Belsen nel '45. Ughi, ottant'anni compiuti lo scorso anno, è l'ultimo testimone vivente di una scuola violinistica che considerava lo strumento non come prolungamento tecnico del braccio, ma come voce dell'anima. Il suo messaggio al Condominio - teatro che porta nel nome la sua natura condominiale, di casa comune - suona come un testamento: la bellezza non è decorazione, è argine.
Pordenone: dove il sacro contamina il profano
A sessanta chilometri, il Festival di Musica Sacra taglia il traguardo della trentacinquesima edizione con un programma che osa l'ossimoro: "Danze sacre, danze profane". Il riferimento a Debussy è esplicito, ma l'intenzione è più radicale. La direzione artistica ha compreso che il confine tra liturgia e danza, tra preghiera e corpo, non è una linea di demarcazione ma un territorio fecondo. Da Hildegard von Bingen ai canti sefarditi, dalla polifonia rinascimentale alle coreografie contemporanee: il festival dimostra che il sacro non è custodito nei musei, ma pulsa dove l'uomo cerca senso. In un Nordest che ha smarrito certezze industriali e identitarie, la musica sacra diventa laboratorio di ricomposizione.
La lezione gramsciana: cultura come egemonia
Gramsci scriveva nei Quaderni che "ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico". Questi due appuntamenti lo confermano: non c'è egemonia culturale senza trasmissione, senza rito condiviso. Ughi che suona Bach in un teatro di provincia e Pordenone che programma Arvo Pärt accanto a danze sufiste compiono lo stesso gesto: offrono alla comunità un linguaggio comune che precede e trascende le divisioni politiche. È la lezione di Claudio Abbado, che fece dell'Orchestra Mozart e del progetto "La musica contro la povertà" una pratica civile. È l'eredità di Luigi Nono, che in "Prometeo" trasformò il teatro in spazio di ascolto collettivo.
Contro la dittatura dell'effimero
Viviamo nell'era dello streaming infinito, della playlist algoritmica, della musica come sottofondo. Ughi e Pordenone ci ricordano che la musica esige presenza, tempo, silenzio prima e dopo il suono. Esige corpi nello stesso spazio che respirano insieme. Questa è la sua forza sovversiva: in un mondo che frammenta, la musica ricuce. Ma solo se la trattiamo per ciò che è - non merce, non contenuto, ma rito.
La prossima volta che sentirete dire che la cultura è superflua, ricordatevi di un ottantenne che imbraccia il violino a Varese e di un festival che a Pordenone fa danzare il sacro col profano. Non stanno intrattenendo. Stanno tenendo insieme una comunità. Stanno facendo politica. Quella vera.
