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Johnny Marr – The Age of Everything: l'eleganza senza tempo di un maestro della sei corde

Johnny Marr – The Age of Everything: l'eleganza senza tempo di un maestro della sei corde

C'è una frase che ricorre spesso nelle interviste a Johnny Marr: «Non voglio essere un musicista da museo». Eppure, ascoltando The Age of Everything, il suo quinto album solista pubblicato lo scorso ottobre via New Voodoo Records, viene da sorridere pensando a quanto quell'affermazione suoni paradossale oggi. Perché se c'è un artista che ha saputo evitare la trappola del «vecchio gloria» – quella che condanna tanti suoi coetanei a replicare all'infinito i fasti di trent'anni fa – è proprio l'ex chitarrista degli Smiths.

Il disco arriva in un momento in cui l'offerta musicale sembra appiattirsi su algoritmi e format preconfezionati. Marr, invece, sceglie la strada meno battuta: undici brani che respirano, che lasciano spazio alle sue trame chitarristiche inconfondibili – quel suono cristallino, arpeggiato, che ha definito un'epoca e che ancora oggi nessun plugin è riuscito a replicare – ma che non si accontentano di essere «belli». C'è urgenza in «Spirit Power and Soul», c'è una tensione post-punk in «The Speed of Love» che ricorda i primi Cure, c'è una malinconia matura in «Night and Day» che non scade nel rimpianto.

È facile dimenticare, dopo una carriera costellata di collaborazioni illustri – dai The Cribs ai Modest Mouse, passando per Hans Zimmer e le colonne sonore – che Marr ha sempre considerato la canzone pop come la forma d'arte più alta. Non il virtuosismo fine a se stesso, ma l'intreccio tra melodia e ritmo, tra testo e atmosfera. The Age of Everything ne è la prova più recente: brani come «All These Days» o «VHS» hanno quella immediatezza che solo chi ha interiorizzato la lezione dei grandi maestri – dai Byrds a Bert Jansch, da Keith Richards a Nile Rodgers – può permettersi.

Certo, l'ombra degli Smiths non svanisce mai del tutto. Né dovrebbe. Marr ne è consapevole, e del resto non ha mai rinnegato quel passato: «Morrissey aveva la voce, io avevo la musica», disse una volta con quella sua ironia disarmante. Senza la sua chitarra, i brani di The Queen Is Dead o Strangeways, Here We Come sarebbero scheletri senza pelle. Ma ridurlo a «il chitarrista degli Smiths» oggi significa ignorare trent'anni di evoluzione costante, di rischi presi – l'elettronica di Electronic, il rock viscerale dei The Healers, la svolta solista iniziata con The Messenger nel 2013.

The Age of Everything non è un capolavoro che riscrive la storia. Non deve esserlo. È qualcosa di più raro: il lavoro di un artigiano che a settant'anni – li compirà a ottobre – suona ancora con la fame di un ventenne, ma con la consapevolezza di chi ha già scritto pagine indelebili. In un'epoca che premia l'effimero, Marr ci ricorda che l'eleganza non invecchia. Si affina.

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