Quando Kendrick Lamar pubblica To Pimp a Butterfly nel marzo 2015, l'America sta ancora digerendo l'euforia post-razziale dell'era Obama. Ferguson ha appena bruciato, Black Lives Matter è diventato hashtag e movimento, e il sogno post-civil rights mostra tutte le sue crepe. In questo contesto, il secondo album major di Lamar non arriva come semplice seguito del pluripremiato good kid, m.A.A.d city: arriva come evento, come necessità.
La genesi dell'opera è nota: un viaggio in Sudafrica, l'incontro con la storia dell'apartheid, la consapevolezza che la fama non protegge dalla condizione nera. Ma ridurre TPAB a diary of a road trip sarebbe ingiusto. Questo è un concept album nel senso più nobile, strutturato come una poesia epica che si svela traccia dopo traccia, con un leitmotiv testuale — la poesia "I remember you was conflicted" — che funge da filo conduttore e si completa solo nell'ultima traccia, Mortal Man, nel dialogo immaginario con Tupac Shakur.
Musicalmente, l'album è un tour de force di produzione collettiva. Flying Lotus, Thundercat, Terrace Martin, Robert Glasper, Kamasi Washington, Sounwave, Tae Beast: una dream team che trasforma il jazz da citazione a architettura portante. For Free? (Interlude) corre su un beat bebop frenetico, u affonda in un free jazz claustrofobico con sax urlanti, King Kunta rilegge il funk di James Brown e Parliament con groove ipnotico. Il basso di Thundercat — melodico, liquido, onnipresente — diventa voce narrante quanto il flow di Lamar.
Lamar stesso spinge la voce oltre il rap convenzionale: sussurra, urla, piange, predica, canta stonato di proposito. In u, la sua performance è teatro dell'assurdo, confessionale al limite dell'imbarazzo, nuda nella sua autoflagellazione: "Loving you is complicated". In i, trasforma un sample degli Isley Brothers in inno all'amor proprio come atto rivoluzionario, anticipando la versione live con band che diverrà Grammy moment.
Il cuore politico batte in The Blacker the Berry e Alright. La prima è autocritica feroce: Lamar si accusa di ipocrisia, di aver pianto Trayvon Martin mentre perpetuava violenza intracomunitaria. La seconda diventa anthem generazionale: "We gon' be alright" cantato in coro durante le proteste, campane di chiesa su beat Pharrell, speranza come resistenza. Non slogan, ma teologia della liberazione in 4/4.
Sette anni dopo, To Pimp a Butterfly non ha perso un grammo di urgenza. Ha sdoganato il jazz nel mainstream rap, ispirato una generazione di artisti — da Noname a Little Simz, da J. Cole a Dave — e costretto l'industria a confrontarsi con la forma-album come opera d'arte totale. Il Pulitzer 2018 (primo per un rapper) non fu premiazione tardiva, ma riconoscimento formale di ciò che la cultura aveva già sancito: questo è il Kind of Blue dell'hip-hop, il What's Going On della generazione post-9/11.
Ascoltarlo oggi, nell'America di Trump, Biden, e di nuovo Trump, fa effetto di profezia compiuta. La farfalla che Lamar vuole pimpare — la sua comunità, la sua arte, la sua anima — continua a dibattersi nel bozzolo. Ma l'album resta lì, monumento e bussola, a ricordarci che la bellezza può essere arma, e la verità, anche quando fa male, è l'unica via per volare.
— Marco Rota
