EDITORIALE / IDENTITÀ E MERCATO
L'illusione del globale: quando la musica italiana cerca se stessa nello specchio del mondo
Una query di Google News oppone "musica italiana" a "musica mondiale" come fossero mondi separati. A Cattolica un festival promette una "Visione Globale" che suona più come esorcismo che come apertura. Due segnali della stessa malattia: l'incapacità di pensarsi autonomi dentro il villaggio globale.
La dittatura dell'OR algoritmico
Digitare "musica italiana OR musica mondiale" su Google News non è una ricerca: è una resa. L'operatore booleano OR, che in logica significa alternativa inclusiva, qui diventa muro. Come se l'italianità e la mondialità fossero categorie mutuamente esclusive, due stanze separate dove la musica deve scegliere dove dormire. È la vittoria del categorismo da supermarket, dove la world music è lo scaffale esotico e la musica italiana il reparto "tipicità locali" - parmigiano e pizzica, stessa logistica.
Ma la storia ci insegna altro. Quando De André metteva il bouzouki in "Creuza de mä" o quando i CCCP campionavano canti religiosi balcanici, non stavano scegliendo tra italiano e mondiale. Stavano facendo musica italiana attraverso il mondo. L'algoritmo non ha memoria, non ha orecchio, non sa che la tarantella è cugina della mora napoletana che è cugina del rebetiko. Sa solo etichettare.
Cattolica, l'esorcismo sul mare
E allora ecco "Visione Globale della Musica" a Cattolica. Titolo ambizioso, nobile l'intento solidale, ma la forma tradisce l'ansia. "Visione globale" suona come «guardiamo fuori perché dentro non basta». Come se la musica italiana, per essere degna, dovesse indossare l'abito da sera dell'internazionalismo. È la sindrome di Cenerentola applicata alla cultura: aspetti il ballo globale per sentirti principessa.
Il progetto è lodevole - la solidarietà non si discute - ma la cornice narrativa è rivelatrice. Non serve una "visione globale" per fare musica che parla al mondo. Servono radici che reggono il vento. I Nomadi non avevano bisogno di "visioni globali" per essere cantati in Argentina. La PFM non chiese permessi per suonare con Peter Gabriel. Lo fecero perché erano forti della loro lingua, non nonostante essa.
Il provincialismo di chi cerca il centro
C'è un paradosso tutto italiano: ci sentiamo periferici, e per non esserlo corriamo al centro - che sia Londra, New York, o oggi la "world music" come categoria di mercato. Ma il vero cosmopolitismo non è fuga, è radicamento. Lo sapeva Gramsci: "Internazionalismo non significa cancellazione delle differenze nazionali, ma loro libera fioritura". Lo sapeva Pasolini quando difendeva i dialetti contro l'omologazione televisiva.
La query di Google e il festival di Cattolica sono due facce della stessa medaglia: l'insicurezza di un paese che non sa più se la sua musica sia "abbastanza". E così delega all'algoritmo la tassonomia e al festival l'assoluzione.
La via stretta: né autarchia né colonizzazione
La musica italiana che resiste - da Colapesce Dimartino a Davide Shorty, da Daniela Pes a Ginevra - non sceglie tra italiano e mondiale. Ibrida. Contamina senza chiedere visti. Usa l'elettronica berlinese per raccontare storie di provincia siciliana. Mette il portoghese in una canzone d'amore milanese. Non ha "visione globale": ha visione propria.
Smettiamola di cercare conferme nello specchio altrui. La musica italiana non è un sottoinsieme della musica mondiale, né la sua alternativa. È una delle sue voci. Quando smetteremo di chiederci "siamo italiani o mondiali?" e torneremo a chiederci "cosa abbiamo da dire?", forse smetteremo di aver bisogno di festival che ci dicano come si guarda il mondo. Lo guarderemo semplicemente - dalle nostre finestre.
