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«L'imboscata» a trent'anni di distanza: quando Battiato fece pace con il pop

«L'imboscata» a trent'anni di distanza: quando Battiato fece pace con il pop

C’è una frase che Franco Battiato amava ripetere nelle interviste degli anni Novanta: «La cultura non deve essere elitaria, deve essere popolare». Suonava come un ossimoro, allora, nelle stanze della critica che ancora separavano il «colto» dal «pop» come due mondi inconciliabili. Ma lui, che aveva già attraversato la sperimentazione elettronica, il prog visionario, la canzone d’autore più raffinata e persino l’opera lirica, quella frase la stava già mettendo in pratica.

L’imboscata, uscito il 24 maggio 1996, è il documento più limpido di quella filosofia. Trent’anni dopo, riascoltarlo non è solo un esercizio di nostalgia: è la conferma che Battiato aveva trovato, proprio nel momento in cui tutti lo davano per «finito», la sua sintesi più compiuta.

Il contesto: un maestro in cerca di sé

La fine del 1995 trova Battiato in una posizione scomoda. L’ombrello e la macchina da cucire (1995) non ha convinto né il pubblico né la critica: troppo ermetico, troppo «battiatiano» nel senso peggiore, quello dell’autocitazione stanca. Il rapporto con la EMI si incrina. Il maestro di Riposto, che quindici anni prima aveva dettato legge con La voce del padrone, si ritrova a dover dimostrare – ancora una volta – di non essere un reperto archeologico.

La risposta arriva in undici brani, prodotti con la consueta cura maniacale accanto a Pino «Pinaxa» Pischetola. Ma c’è qualcosa di diverso: le strutture sono lineari, i ritornelli si stampano in testa al primo ascolto, i testi – firmati come sempre con Manlio Sgalambro – rinunciano all’ermetismo per affidarsi a immagini nette, quasi didascaliche nella loro potenza evocativa.

La lezione di «Stranizza d’amuri» e «Il ballo del potere»

Il singolo apripista, Stranizza d’amuri, è un caso di scuola: un testo in siciliano arcaico su una base che strizza l’occhio al trip-hop di Bristol, archi morriceniani e un groove che non ti molla. Arriva seconda a Sanremo (vincono i Nuova Compagnia di Canto Popolare con Dietro la porta, ma questa è un’altra storia) e diventa l’inno di una generazione che non sapeva di aver bisogno di Battiato in dialetto.

Poi c’è Il ballo del potere, satira feroce vestita da canzone da ballo: «Chi comanda non balla / chi balla non comanda». Una frase che nel 1996 suonava profetica, oggi suona come un memo quotidiano. La title track, L’imboscata, chiude il cerchio: un valzer elettronico che parla di trappole tese all’intelligenza, di «imboscate culturali» in cui il pensiero critico finisce per cadere.

Un disco che non invecchia perché non ha mai cercato di essere «giovane»

La grandezza de L’imboscata sta tutta qui: Battiato non rincorre il suono del momento, lo assorbe e lo trasfigura. C’è l’elettronica di Passacaglia, c’è la lezione di Brian Eno in Riprendere il volo, c’è perfino un omaggio mascherato a Kurt Weill in Shock in my Town. Ma nulla suona derivativo: tutto suona necessario.

Trent’anni dopo, mentre la discografia italiana riscopre il «colto-pop» come categoria di mercato (da Colapesce Dimartino a Calcutta, passando per i nuovi cantautori da playlist), L’imboscata resta il modello irraggiungibile. Non perché sia perfetto – Campane tibetane e Invito al viaggio restano episodi minori – ma perché è l’unico disco in cui l’intellettuale e il pop star smettono di litigare e decidono di ballare insieme.

Franco Battiato ci ha lasciato nel 2021. Manlio Sgalambro nel 2014. Ma ogni volta che parte l’attacco di archi di Stranizza d’amuri, l’imboscata scatta ancora: ti ritrovi a cantare in siciliano una lingua che non conosci, a ballare una critica al potere che non sai ballare, a capire – finalmente – che la cultura popolare non è un ossimoro. È l’unica cultura che resta.

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