EDITORIALE / La frattura tra domanda di consenso e offerta di potere
Il paradosso della maggioranza silenziosa
Due italiani su tre vorrebbero accordi proprio sui temi che dividono destra e sinistra. Lo certifica Linkiesta, fotografando un Paese stanco delle risse identitarie e assetato di pragmatismo. È un dato che dovrebbe far tremare i polsi a Palazzo Chigi come alle opposizioni: la maggioranza degli elettori non cerca la vittoria di una fazione, ma la composizione dei conflitti. Eppure, la politica continua a comportarsi come se il consenso si costruisse solo sull'esclusione dell'avversario.
Il campo largo davanti allo specchio
L'editoriale de Il Fatto Quotidiano suona come un ultimatum: il campo largo decida da che parte sta l'Italia o si spaccherà al primo voto. La metafora è crudele ma efficace: un'alleanza nata per necessità aritmetica, non per visione condivisa, rischia di dissolversi al primo banco di prova parlamentare. È il vecchio vizio italiano del trasformismo rivisitato in salsa progressista: si sta insieme per non perdere, non per vincere una battaglia culturale. Senza un «contratto di legislatura» su diritti civili, lavoro, transizione ecologica, il campo largo è solo un campo minato.
Schengen, l'asse mediterraneo e la solitudine europea
Mentre le opposizioni si interrogano sull'identità, il governo sigla con Madrid lo stop ai controlli alle frontiere interne. Un successo diplomatico, certo, ma che sa di gestione dell'emergenza più che di strategia. L'asse Roma-Madrid (con Parigi e Berlino a guardare) rivela la solitudine dell'Italia in Europa: si tratta bilaterali perché il multilaterale non funziona. È la conferma che la «fortezza Europa» si difende a colpi di accordi tra pari, non di solidarietà. E il migrante resta, ancora una volta, merce di scambio e non soggetto di diritti.
La lezione di De Gasperi e l'urgenza di un nuovo patto
Alcide De Gasperi diceva che il politico guarda alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni. Oggi mancano entrambi. La domanda di accordi trasversali che sale dal Paese reale è la richiesta di uno statista che non c'è. È il momento di osare un nuovo centrosinistra che non sia solo argine alla destra, ma proposta di società: salario minimo, cittadinanza, clima, giustizia fiscale. E di una destra che accetti la sfida del merito invece che della propaganda. Gli italiani hanno già scelto: vogliono la politica dell'«e», non dell'«o». Chi non lo capisce, si condanna all'irrilevanza.
Conclusione: il coraggio della mediazione
La cultura, quella vera, insegna che la mediazione non è tradimento ma arte del possibile. Gramsci lo sapeva bene: l'egemonia si costruisce nel consenso attivo, non nell'imposizione. Se il campo largo vuol essere qualcosa più di un cartello elettorale, deve avere il coraggio di tradurre in programma quei due terzi d'Italia che chiedono accordi. Altrimenti, al primo voto, non si spaccherà solo l'alleanza: si spaccherà, definitivamente, la fiducia tra cittadini e istituzioni. E quel giorno non basterà un accordo bilaterale a ricucire lo strappo.
