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L'italiano non è una lingua, è una scelta: perché la nostra musica deve smettere di chiedere permesso al mondo

L'italiano non è una lingua, è una scelta: perché la nostra musica deve smettere di chiedere permesso al mondo

EDITORIALE / IDENTITÀ E MERCATO

L'italiano non è una lingua, è una scelta: perché la nostra musica deve smettere di chiedere permesso al mondo

C'è una schizofrenia che attraversa la musica italiana contemporanea come una faglia tellurica. Da una parte, l'industria - Sanremo in testa - si contorce per produrre "hit globali", brani scritti con un occhio all'algoritmo di Spotify e l'altro al mercato latino, inglese, coreano. Dall'altra, una nuova generazione di artisti - da Colapesce Dimartino a Calcutta, da Lucio Corsi ai giovani che riempiono i club cantando in dialetto napoletano, siciliano, veneto - sta riscoprendo che la forza sta proprio nel non tradursi.

Il complesso di inferiorità mascherato da export

Non è un caso che i due fenomeni più «esportabili» degli ultimi anni, Måneskin e Mahmood, abbiano vinto dopo aver smesso di inseguire l'estero. I Måneskin hanno conquistato l'Eurovision e poi il mondo con «Zitti e buoni», un brano che nella sua rabbia glam-rock è fieramente, intransigentemente italiano: nell'atteggiamento, nell'estetica, nel riferimento culturale. Mahmood ha portato l'arabo e l'italiano sulla stessa linea melodica, rifiutando la via facile dell'inglese maccheronico. Hanno vinto perché non hanno chiesto permesso.

Eppure, l'industria continua a ragionare in termini di «crossover», «featuring strategici», «versioni in inglese per il mercato internazionale». Come se la nostra musica fosse un prodotto da adattare, non una cultura da esportare. È lo stesso vizio coloniale che ci portiamo dietro dal dopoguerra: la convinzione che il vero successo stia là fuori, e che l'Italia sia solo un trampolino.

Il dialetto come atto politico

Mentre i major cercano la formula magica per il «global hit», nei circuiti indipendenti accade qualcosa di più interessante. Il napoletano di Liberato, il siciliano di Dimartino, il romano di Calcutta, il veneto dei Pinguini Tattici Nucleari (nei momenti più veri) non sono folklore: sono resistenza linguistica. In un mondo dove lo streaming appiattisce tutto su un inglese funzionale, cantare in dialetto è un atto sovversivo. Dice: «Questa storia non si traduce. O la capisci così, o non la capisci».

Non è nazionalismo. È la consapevolezza che l'universale passa solo per il particolarissimo. Lo sapeva De André, lo sapeva Battiato, lo sa chiunque abbia studiato la lezione di Gramsci sulla «letteratura nazionale-popolare». La musica italiana non ha bisogno di diventare «world music» - categoria da supermercato etnico - ha bisogno di essere italiana fino in fondo.

Sanremo, lo specchio deformante

Il Festival rimane il termometro più fedele di questa contraddizione. L'edizione 2024 ha premiato Angelina Mango con «La noia», brano che mescola cumbia, elettronica e cantautorato classico: un pastiche ben confezionato, «internazionale» nel suono, italiano nel testo. Ma i momenti più veri - Geolier che rappa in napoletano, Ghali che porta la sua Milano meticcia, i Ricchi e Poveri che trasformano «Ma non tutta la vita» in un manifesto generazionale - sono quelli che non strizzano l'occhio all'estero.

Sanremo continua a vendersi come «vetrina per il mondo», ma il mondo guarda Sanremo solo quando smette di guardare il mondo e guarda se stesso. L'Eurovision lo ha dimostrato: l'Italia vince quando porta se stessa, non quando manda una brutta copia di ciò che il mercato globale già produce.

La lezione del jazz italiano (che nessuno ricorda)

Negli anni Settanta, il jazz italiano - Rava, Trovesi, Gaslini, la scuola di Siena - conquistò rispetto internazionale non imitando gli americani, ma integrando la tradizione operistica, la musica popolare, l'avanguardia colta. «Il jazz italiano esiste perché ha smesso di voler essere jazz americano», scriveva Arrigo Polillo. Oggi, la nostra musica pop sembra aver dimenticato la lezione. Insegue playlist, non identità.

Una proposta: smettere di esportare, iniziare a imporre

La prossima volta che un A&R suggerisce un featuring con «quell'artista latino che va forte su TikTok», la risposta dovrebbe essere: «E se invece scriviamo un pezzo che funzioni a Napoli, a Milano, a Palermo - e se al mondo piace, bene; se no, pazienza»?

La musica italiana non ha un problema di visibilità. Ha un problema di autorevolezza. Finché continueremo a chiederci «come piacciamo al mondo», il mondo continuerà a vederci come una provincia da saccheggiare per suoni esotici. Il giorno in cui smetteremo di tradurci - linguisticamente, culturalmente, esteticamente - sarà il giorno in cui il mondo dovrà imparare l'italiano per capirci.

Non è protezionismo. È l'unica forma di internazionalismo che funziona: parlare la propria lingua così bene che gli altri vogliano impararla.

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