L'EDITORIALE / DECENTRAMENTO O DEPORTAZIONE?
La camera da letto della cultura: quando la musica da camera diventa souvenir per province annoiate
Arriva la Filarmonica di Berlino a Casale Monferrato. Titoli trionfali, assessori commossi, la «musica da camera di livello mondiale» che scende dal tramonto mitteleuropeo per illuminare le nebbie padane. E tutti a spellarsi le mani: finalmente la cultura esce dai santuari, raggiunge le periferie, democratizza l'élite. Bellissima storia. Peccato sia una bugia confezionata bene.
Il colonialismo dei bei suoni
Chiamiamolo col suo nome: colonialismo culturale a bassa intensità. Non portiamo produzione in provincia, portiamo prodotto finito. Il quartetto d'archi che atterra da Berlino è un reperto museale vivente, imbalsamato nella sua eccellenza, privo di radici nel territorio che lo ospita. È la stessa logica per cui il MoMA manda una mostra a Milano e la chiama «educazione»: si scarica il capitale simbolico della metropoli sulla provincia, si incassa il consenso politico, si lascia intatto il deserto produttivo locale. Casale Monferrato non ha bisogno di un quartetto berlinese per una sera. Ha bisogno di un conservatorio che non chiuda, di un'orchestra stabile che non sopravviva a bandi annuali, di un pubblico che si formi prima dell'evento straordinario, non grazie a esso.
La camera da letto vuota
La musica da camera, per definizione, nasce nei salotti, nelle corti, negli spazi domestici dell'aristocrazia intellettuale. Oggi quei salotti si chiamano auditorium comunali gestiti da cooperative che non pagano i tecnici, e l'aristocrazia è sostituita da un ceto medio che paga 40 euro per sentirsi colto per novanta minuti. Il paradosso è che la «camera» - intima, partecipata, viva - è diventata un format da festival estivo, un'esperienza instagrammabile per borghesi in cerca di redenzione estetica. Berlino non «porta» la musica da camera a Casale: le presta il suo marchio. E noi, grati, scambiamo il prestito per una conquista.
Il vero scandalo è l'assenza
Mentre applaudiamo l'ospite illustre, tacciono le notizie che contano: il taglio al FUS per le residenze artistiche under 35, la chiusura della stagione lirica di Vercelli, il pianista di Asti che insegna in una scuola media perché non c'è un teatro che lo programmi. La musica da camera «di livello mondiale» è l'anestetico che ci impedisce di vedere la cancrena. È più facile importare l'eccellenza che coltivare la mediocrità necessaria - quella dei giovani, degli errori, delle prove aperte, del pubblico che tossisce e torna - da cui nasce l'eccellenza vera, quella che non si esporta, si abita.
Restituiteci i salotti
Smettiamo di celebrare le tournée come missioni civilizzatrici. Pretendiamo che i fondi pubblici finanzino processi, non vetrine. Che un quartetto d'archi nasca a Casale, sbagli a Casale, cresca a Casale, e magari un giorno vada a Berlino a suonare - non il contrario. La cultura non si decentralizza per deportazione: si decentralizza per germinazione. E la germinazione è sporca, lenta, invisibile. Non fa titoli. Non riempie le poltrone una sera l'anno. Ma è l'unica che impedisce alla provincia di diventare un museo a cielo aperto dove si va a vedere «com'era la musica» mentre fuori, nel silenzio, non suona più nessuno.
