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M - Il figlio del secolo: quando la colonna sonora riscrive la storia (e ci fa ballare sul filo del rasoio)

M - Il figlio del secolo: quando la colonna sonora riscrive la storia (e ci fa ballare sul filo del rasoio)

C'è un momento, nel terzo episodio di M - Il figlio del secolo, in cui Mussolini — interpretato da un Luca Marinelli che sta ridefinendo il concetto di "trasformismo attoriale" — si affaccia al balcone di Piazza Venezia. La folla ruggisce, le braccia tese, il bianco e nero della Storia. E parte il basso. Un synth pulsante, industriale, che nulla ha a che fare con il 1925. È la firma di Tom Rowlands (sì, quello dei Chemical Brothers) alla colonna sonora: un'anacronismo deliberato, un pugno nello stomaco che ti ricorda che il fascismo non è roba da libri di scuola, ma un ritmo che ancora ci scorre nelle vene.

Gli episodi 3 e 4, in onda su LA7, accelerano sulla parabola del Duce: la marcia su Roma, la normalizzazione delle squadracce, il primo omicidio politico (Matteotti, ancora fuori campo, ma il suono dello schiaffo lo senti tutto). Joe Wright — regista che ha fatto del pop barocco il suo marchio, da Orgoglio e pregiudizio a Anna Karenina — usa la musica come lente deformante. Non commenta: sovrascrive. Quando i fascisti bruciano la Camera del Lavoro, la colonna sonora non è tragica: è un beat da club berlinese, freddo, ipnotico. Il male che balla.

E qui sta il colpo da maestro per noi che viviamo di dischi e playlist. La serie tratta il fascismo come fenomeno pop ante litteram: merchandising (il fez, il saluto, il giornale), slogan virali, estetica totalizzante. La colonna sonora lo spiega meglio di mille saggi: il consenso si costruisce a colpi di hook, ritornelli, ritmi che entrano in testa e non ne escono più. Rowlands e Wright lo sanno: usano l'elettronica contemporanea per dire "questo non è passato, è presente".

C'è anche spazio per la musica "vera" dell'epoca: le canzoni di regime, le marce, i canti balilla. Ma vengono filtrate, campionate, a volte fatte a pezzi da un violoncello graffiante (merito di Hildur Guðnadóttir, premio Oscar per Joker, qui consulente musicale). Il risultato è un ibrido straniante: storia che suona come colonna sonora di un videogioco distopico, o forse della nostra timeline.

Guardate gli episodi 3 e 4 con le cuffie. Non per il realismo filologico — che qui è optional — ma per sentire come il suono possa riscrivere la narrazione. E chiedervi: quali beat stiamo ballando oggi, mentre la storia si ripete in sordina?

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