Con Outside the Box, Pt. 1 Mosimann (al secolo Quentin Mosimann, già vincitore di Star Academy Francia e dj resident nei principali festival europei) tenta di scrollarsi di dosso l'etichetta di "dj che fa dischi" per proporsi come autore elettronico a tutto tondo. Otto tracce pubblicate su QMP Production che, sulla carta, dovrebbero rappresentare il lato più personale e sperimentale della sua produzione, lontano dai picchi da mainstage.
L'apertura con "Outside the Box - Intro" dichiara subito le intenzioni: un tappeto di synth analogici caldi, un ritmo spezzato che stenta a ingranare, campioni vocali processati fino a diventare texture. Il missaggio è pulito, lo spazio stereo ben gestito, ma l'idea melodica resta abbozzata, più funzionale a impostare un mood che a lasciare un segno. La dinamica è piatta: manca quel contrasto tra pieni e vuoti che darebbe respiro al brano.
Il cuore dell'album sta nella tripletta centrale. "Lonely" costruisce il suo groove su un basso profondo, stile UK garage rivisitato, con una topline vocale (dello stesso Mosimann, non accredita featuring) che oscilla tra falsetto e spoken word. L'armonia gira su quattro accordi minimali, efficaci per il dancefloor ma prevedibili nel songwriting. Il ritornello arriva puntuale al minuto 1:30, ma non esplode: si adagia. "I Hate Me" alza il BPM, introduce arpeggiatori aciduli e una cassa dritta che spinge. Il testo - autoflagellazione da club - funziona come concept, ma la struttura strofa-ritornello-strofa-bridge-ritornello è scolastica. Il bridge, unico momento di vera tensione, taglia la cassa e lascia solo voce e riverbero: peccato duri otto battute.
"Jeannine Ganaye" - titolo che omaggia la nonna dell'artista - è il tentativo più riuscito di uscire dalla comfort zone. Tempo rallentato (circa 100 BPM), percussioni organiche, un pianoforte preparato che dialoga con un synth pad in lenta evoluzione. La voce, qui più nuda e meno effettata, regge il peso emotivo del pezzo. Il missaggio lascia spazio alle frequenze medio-basse, evitando la compressione eccessiva che appiattisce gli altri brani. È l'unico momento in cui l'album suona "fuori dalla scatola" per davvero.
La seconda metà scivola verso territori più convenzionali. "Rescue Me" e "My My Mind" sono confezionate per la radiofonia dance europea: hook vocali catchy, sidechain chain evidente, drop calibrati per il peak-time. Funzionano nel contesto per cui sono nate, ma aggiungono poco alla narrazione dell'album. Chiude "Mutter", strumentale atmosferica che vorrebbe essere epilogo riflessivo ma suona come outtake allungato.
Nel complesso, Outside the Box, Pt. 1 soffre di una dicotomia irrisolta: da un lato la volontà di mostrarsi "artista" (brani lenti, testi personali, arrangiamenti curati), dall'altro l'inerzia del producer da festival (strutture rigide, suoni preset-friendly, dinamiche sacrificate al volume). La produzione è tecnicamente ineccepibile - QMP garantisce standard elevati - ma manca la cifra stilistica distintiva che separa un bravo artigiano da un autore riconoscibile. Riferimenti? Si sente l'ombra di Röyksopp nelle melodie malinconiche, di Booka Shade nel groove ibrido, ma senza la loro capacità di riscrivere le regole.
Consigliato a chi cerca elettronica melodica ben fatta per sottofondo qualificato o dj-set di warm-up. Deluderà chi cerca spigoli, rischi, una voce autoriale netta. È la prima parte di un dittico: si spera che la seconda osi di più.
