C’è un momento preciso, in Paura e morte, in cui il pianoforte smette di essere uno strumento e diventa una presenza. Non accompagna: abita. È lì, al centro della stanza, con il suo suono leggermente scordato, come un mobile ereditato che nessuno ha il coraggio di spostare. Paolo Schiamazzi lo suona con la mano di chi non cerca la perfezione ma la verità di un gesto, e quel pianoforte — protagonista silenzioso di tutto il disco — finisce per dettare la legge a un lavoro che altrimenti rischierebbe di dissolversi nella sua stessa natura frammentaria.
Tredici brani, non a caso. Il numero dell’Arcano XIII, la Morte nei tarocchi: non quella che falcia, ma quella che trasforma. Schiamazzi, leggenda sotterranea del cantautorato lo-fi italiano, torna dopo quasi dieci anni di assenza discografica con un album che sembra uscito da un negozio di antiquariato musicale dove il tempo si è fermato a metà degli anni Settanta, tra una tastiera Farfisa, un mellotron che respira polvere e una voce trattata come un nastro consumato da troppi passaggi nel mangiacassette.
La copertina dice tutto senza dirlo: una fotografia che cita esplicitamente Rino Gaetano — la posa, i colori, quella geometria da copertina RCA — ma il volto è coperto dal titolo in rosso, violento e luminoso. Paura e morte. Due parole, due concetti: uno transitorio, l’altro definitivo. Schiamazzi gioca a nascondino con la propria identità, e nel farlo rivela più di quanto qualsiasi ritratto frontale potrebbe fare. È il trucco del prestigiatore: mentre guardi la mano che copre il viso, l’altra sta già tirando fuori dal cilindro una canzone come Scheletro, che avanza con l’andatura claudicante di un valzer ubriaco, il basso che emerge denso dal fumo immaginario di uno studio televisivo, le tastiere sui piedistalli di alluminio lucido.
La produzione — tutta interna, tutta sua: suona, programma, arrangia, carezza e percuote — ha la grana del nastro analogico senza essere nostalgica. C’è una differenza sottile tra il vintage come estetica e il vintage come necessità espressiva: Schiamazzi sta dalla parte giusta. Le sue tastiere retrò non sono citazioni colte, sono protesi. Il suono sabbioso della voce, gli effetti che sembrano provenire da un altro pianeta o da un altro decennio, servono a creare distanza: quella sicurezza che permette di dire cose indicibili senza scoprirsi del tutto. Vendetta, per esempio, cammina su questo filo: una melodia che potrebbe essere un successo sanremese del ’78, un ritornello che si pianta in testa come un chiodo, e un testo che gira attorno al rancore con la leggerezza di chi sa che la vendetta, alla fine, è solo un’altra forma di malinconia.
È qui che sta la metamorfosi compiuta: Schiamazzi è diventato, a suo modo, un «cantante sanremese romantico di fine anni ’70». Non per ammiccare al mainstream — che del resto non lo aspetta — ma per impossessarsi di un linguaggio codificato, quello della canzone italiana classica, e piegarlo fino a farlo scricchiolare. Gli arrangiamenti sono caotici solo in apparenza: ogni elemento trova il suo posto in un equilibrio instabile, come oggetti su uno scaffale troppo carico. Le tastiere si rincorrono, si sovrappongono, a volte si mangiano a vicenda; il basso, quando appare, è viscerale, fisico, quasi a voler ricordare che sotto l’impalcatura cerebrale c’è un corpo che pulsa.
La genealogia è chiara senza essere didascalica: c’è l’ombra di Rino Gaetano, certo, ma anche quella di Lucio Battisti più sperimentale, di Piero Ciampi per l’urgenza espressiva, di area e del miglior rock progressivo italiano per certi passaggi strumentali che si aprono come voragini. Eppure Paura e morte non suona come un omaggio. Suona come un atto di resistenza: la resistenza di chi ha scelto di rimanere ai margini, di non spiegarsi, di lasciare che la musica parli in una lingua che mescola il dialetto dell’anima con l’esperanto delle tastiere analogiche.
La luce, in questo disco, sale e scende in continuazione. Un momento brilla di una dolcezza quasi disarmante — il pianoforte, appunto, o una melodia che si apre come una ferita — e subito dopo qualcosa di pericoloso si insinua tra i versi, un’immagine assurda e tenera insieme, come solo la migliore tradizione cantautorale italiana sa fare. Schiamazzi non cerca la coerenza stilistica: la coerenza sta tutta nella sua voce, in quel modo di stare sempre sull’orlo della psichedelia senza mai cadere nel naif, nel fastidioso, nel già sentito.
Chiudere il cerchio dopo quasi dieci anni non significa aver trovato risposte. Paura e morte è un lavoro che vive nelle domande, nei brandelli, nei frammenti che Schiamazzi ha infilato nel mangiacassette per «eliminare la carne in eccesso». Quello che resta è scheletro e nervi: canzoni che sembrano standard perduti, recuperati da un antiquario che sa il fatto suo, e che ora le espone nella vetrina di un negozio dove non entra nessuno per caso. Chi ci entra, però, non ne esce più uguale.
