C'è una fotografia che racconta tutto: Donald Trump, a Port Huron, Michigan, che indica lo schermo gigante con il volto di Abdul El-Sayed. Non per discutere sanità, economia, politica estera. Per additarlo. Come si addita un nemico.
Siamo nel 2026, ma l'orologio della storia americana sembra essersi rotto all'indietro. Le elezioni di midterm di quest'anno stanno consegnando agli annali il ciclo elettorale più apertamente razzista da una generazione a questa parte. Superano persino il 2010, quando il Tea Party cavalcò l'onda rossa mascherando di "conservatorismo fiscale" la rabbia viscerale per un presidente nero alla Casa Bianca.
La differenza? Quindici anni fa c'era almeno una facciata. Oggi non c'è nemmeno quella.
Con una guerra in Iran che drena risorse, benzina alle stelle, inflazione che morde i salari e una crisi abitativa che espelle famiglie intere dalle città, il GOP non può vantare alcun record economico. Non ha proposte, non ha visione. Ha solo la razza. E la usa come un'arma a ripetizione.
Le parole di Robert F. Kennedy Jr., segretario alla Salute e Servizi Umani, sono state un terremoto. "Ci sono cinquecento milioni di arabi nel mondo", ha dichiarato, "eppure non producono scienza. Non vincono Nobel, non vincono medaglie Fields, non vincono premi Wolf. Non producono letteratura". Una litania di menzogne storiche e scientifiche — basterebbe ricordare i contributi arabi ad algebra, astronomia, medicina, letteratura — sparata dal podio di un ministero federale. Non un comizio di periferia. Il governo degli Stati Uniti.
Il bersaglio era trasparente: Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato in Michigan, medico, epidemiologo, musulmano, progressista. Abbastanza "altro" da attirare l'odio di ogni fazione, dalla destra trumpiana a certi liberal che non digeriscono la sua sinistra radicale.
El-Sayed rappresenta l'incubo del GOP: un americano arabo, musulmano, istruito, che parla di Medicare for All e Green New Deal con la competenza di chi ha gestito dipartimenti di salute pubblica. Non possono batterlo sui programmi. Allora lo cancellano come identità.
La strategia è vecchia quanto l'America: definire l'avversario come estraneo, pericoloso, non-americano. Ma la scala è nuova. Non sono frange. È la campagna ufficiale. Trump, Vance, i super-PAC, la macchina mediatica di Fox e X: tutti allineati su un messaggio unico. "Loro" contro "noi". Dove "loro" è chiunque non sia bianco, cristiano, conservatore.
Gli osservatori internazionali guardano con sgomento. Le democrazie europee, pur con i loro populismi, non hanno visto un partito di governo scendere a questi livelli di retorica esplicitamente suprematista in campagna elettorale. Il danno all'immagine americana è incalcolabile. Quello alla coesione interna, forse irreversibile.
La musica, spesso specchio dei tempi, sta rispondendo. Da Dearborn a Detroit, artisti arabi-americani e alleati stanno producendo brani che raccontano questa stagione di odio — hip-hop, folk, elettronica. La cultura resiste dove la politica fallisce. Ma non basta una colonna sonora per fermare una valanga.
Il 3 novembre 2026 gli americani voteranno. Non solo per il Senato o la Camera. Voteranno per decidere se questo paese accetta ancora di guardarsi allo specchio. O se preferisce rompere lo specchio e incolpare chi ci si riflette.
