C’è un filo rosso che lega i Laghetto, i Donnabavosa, gli XM e quell’Anti MTV Day che nel 2003 fece tremare le pareti del Link. Quel filo ha un nome: Raudo. Vent’anni di scena bolognese, di cantine, di manifesti fotocopiati, di concerti finiti all’alba in piazza Verdi. Oggi quel filo si chiama La Fossa delle Marianne, il primo album del suo nuovo progetto, uscito per Dischi Bervisti lo scorso aprile.
Lo incontriamo in un bar di via del Pratello, tra un caffè e una sigaretta arrotolata male. Ha lo sguardo di chi ha visto passare generazioni, ma la voce non ha perso l’urgenza. «La Fossa delle Marianne non è un omaggio alla geografia», ci dice, «è una metafora. È il punto più profondo dove finiscono le cose che non sai dove mettere. I ricordi, i rimpianti, le canzoni che non hai scritto».
Il disco è un viaggio in otto tracce tra noise rock, spoken word e ballate spezzate. Chitarre che graffiano come lamiera, basso che pulsa come un cuore in apnea, la sua voce che passa dal sussurro al grido senza preavviso. «Ho scritto tutto in due settimane», racconta. «Dopo la fine degli XM mi sono chiuso in casa. Non volevo fare un “disco solista”. Volevo scavare. Chiamare le cose col loro nome».
«Bologna ti entra nelle ossa. Non è una città, è una condizione. Ti dà tutto e poi ti presenta il conto. Questo disco è il mio conto.»
Nel brano d’apertura, “Abissi”, campiona una registrazione del 1999: voci dal CSO Labò, cori da stadio, il rumore di un corteo che sfonda un cordone. «Quella notte ho capito che la musica può essere arma», dice. «Non metafora. Arma».
La produzione è curata da Gianluca Lo Presti (già al lavoro con Massimo Volume e Offlaga Disco Pax), che ha saputo preservare la ruvidezza senza renderla estetica. «Gianluca ha capito che non volevo pulizia. Volevo verità».
Chiude l’intervista con un sorriso stanco: «Suoneremo poco. Forse solo in posti dove non serve l’accredito. La Fossa delle Marianne non è un progetto da palchi. È un progetto da cantine».
Il disco è in streaming e in vinile limitato (300 copie, numerate a mano). La copertina è un disegno di Francesca Ghermandi: una fossa oceanica che somiglia a una ferita aperta. Perfetta.
