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Scott Weiland, l'ultimo ruggito del grunge in un live ritrovato

Scott Weiland, l'ultimo ruggito del grunge in un live ritrovato

C'è un momento preciso, in Live, in cui tutto torna a fuoco. È l'attacco di Interstate Love Song: la chitarra di Doug Grean taglia l'aria, la sezione ritmica si compatta, e la voce di Scott Weiland — quella voce che ha definito un decennio — scivola nel ritornello con la stessa arroganza malinconica del 1994. Ma non siamo nel 1994. Siamo tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009, in un teatro qualunque d'America, e Weiland sta suonando la sua vita in un'ora e mezza scarsa.

Il disco, uscito in vinile blu per il Record Store Day di aprile e ora riproposto da Primary Wave in distribuzione larga, documenta il tour di Happy in Galoshes, secondo album solista dopo 12 Bar Blues. Weiland arrivava da due reunion consecutive: Stone Temple Pilots e Velvet Revolver. Due macchine da guerra, due gabbie dorate. Il progetto solista era l'unico spazio dove non doveva rendere conto a nessuno.

Si sente. La band — Grean alla chitarra, Jeremy Brown al basso, Dan Thompson alla batteria — aveva provato insieme tre volte prima di partire. Tre. Il risultato è un live nervoso, sporco, magnificamente imperfetto. Blind Confusion esplode in un grunge torbido che i Velvet Revolver non avrebbero mai permesso; Missing Cleveland vira sull'hard rock con un riff che sa di Sunset Strip anni '80. E poi c'è Paralysis, dove Weiland si inventa una bossa nova distorta, crooner perduto in un after-hours di Rio che non è mai esistito.

La scaletta è un'autobiografia non lineare. Da 12 Bar Blues pesca solo Barbarella, glam-rock da camera da letto. Degli STP arrivano i pilastri: Unglued (furiosa, primordiale), Vasoline (quel basso che rimbalza come una pallina da ping-pong), Interstate Love Song (l'inno generazionale che non invecchia mai). Weiland chiacchiera col pubblico tra un pezzo e l'altro, ride, si scusa per la voce che a tratti cede. È umano. È fragile. È vivo.

Ascoltarlo oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, fa un effetto strano. Non è nostalgia: è testimonianza. Live restituisce un artista che stava cercando di smontare il proprio mito pezzo per pezzo, per vedere se sotto c'era ancora qualcosa che valeva la pena salvare. La risposta, in questi solchi, è sì. C'era. C'è ancora.

Voto: ***½

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