LONDRA — Quando le luci si abbassano alla O2 Arena e parte il basso inconfondibile di "Superstition", capisci subito che non sei davanti a un semplice concerto. Sei davanti a un pezzo di storia della musica che, a 76 anni suonati, rifiuta di diventare ricordo. Stevie Wonder sale sul palco con la sua andatura inconfondibile, si siede al pianoforte e, nel giro di pochi accordi, trasforma l'arena in un salotto intimo dove ogni nota è una confessione.
La scaletta è un viaggio verticale nella discografia di un artista che ha scritto la colonna sonora di mezzo secolo. C'è spazio per i classici da stadio — "Sir Duke", "Isn't She Lovely", "I Just Called to Say I Love You" — ma il cuore della serata batte forte quando Wonder pesca da Innervisions, il capolavoro del 1973 che ha ridefinito il concetto di album concept nel soul. "Living for the City" suona urgente come nel '73, la sua narrazione di ingiustizia razziale e disperazione urbana non ha perso un grammo di attualità. "Higher Ground" diventa un inno collettivo, con diecimila voci che si uniscono al falsetto del maestro in un coro che sa di redenzione.
La band è una macchina da guerra perfetta: sezione fiati chirurgica, ritmica che respira all'unisono, coriste che sembrano uscite da un sogno gospel. Ma è Wonder il centro gravitazionale. Passa dal pianoforte all'armonica, dal keytar alla batteria, con una gioia contagiosa che smentisce ogni narrazione sull'età. Quando scherza col pubblico — "Non sono vecchio, sono solo vintage" — la risata è liberatoria.
Il momento più alto arriva con "All In Love Is Fair". Solo lui al pianoforte, la voce nuda, fragile e potente insieme. L'arena tace, sospesa. È in quei minuti che capisci perché Stevie Wonder non è un "artista legacy": è un musicista che vive nel presente, che ogni sera riscrive le sue canzoni per farle parlare a chi le ascolta oggi.
Il bis chiude il cerchio con "Signed, Sealed, Delivered (I'm Yours)" e "Master Blaster (Jammin')", trasformando l'uscita in una festa caraibica. Quando le luci si riaccendono, non c'è stanchezza negli occhi del pubblico. C'è la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di raro: un gigante che cammina ancora tra noi, e che mentre cammina continua a cantare.
