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Trent'anni di 'Richard D. James Album': quando Aphex Twin riscrisse le regole del gioco

Trent'anni di 'Richard D. James Album': quando Aphex Twin riscrisse le regole del gioco

C'è un momento preciso in cui la musica elettronica smette di essere "roba da discoteca" e diventa qualcos'altro. Qualcosa di intimo, spigoloso, terribilmente umano. Per la mia generazione, quel momento ha un nome e una data: 4 novembre 1996, Warp Records, Richard D. James Album.

Me lo ricordo ancora, quel venerdì pomeriggio. TMC2, seconda serata, la striscia viola di Coloradio. Paolo Mixo — voce notturna di una generazione che non aveva Spotify né YouTube, solo il registratore a cassette pronto sul tasto REC — mandò in onda "4". Quell'attacco di breakbeat a 180 bpm, quel piano che sembrava suonato da un bambino prodigio in preda a una crisi isterica, quella melodia che ti si piantava nel cervello come una scheggia. Non era techno. Non era ambient. Non era niente di catalogabile. Era lui.

Richard D. James aveva già pubblicato Selected Ambient Works 85-92 e ...I Care Because You Do, dischi che avevano scavato solchi profondi nel terreno dell'IDM. Ma con il suo quarto album — il primo a portare il suo vero nome in copertina, quel ritratto sorridente e un po' folle che è diventato icona — il cornish fece qualcosa di radicale: smise di nascondersi dietro lo pseudonimo. Aphex Twin non era più un progetto. Era una persona. Con le sue ossessioni, i suoi incubi, il suo umorismo nero.

Ascoltarlo oggi, a trent'anni di distanza, fa lo stesso effetto della prima volta. "Fingerbib" apre le danze con un breakbeat che sembra smontarsi e rimontarsi in tempo reale, mentre una melodia di una dolcezza disarmante galleggia sopra il caos. "Cornish Acid" — titolo che è già un manifesto — porta l'acid house nelle lande desolate della Cornovaglia natale, tra sintetizzatori che urlano e ridono insieme. "To Cure a Weakling Child" campiona la voce di un bambino (il nipote di James, si dice) e la trasforma in un lamento digitale, straziante e grottesco al tempo stesso.

Ma è in brani come "Girl/Boy Song" che l'album tocca vette irraggiungibili. Gli archi — veri, suonati da un quartetto d'archi assunto per l'occasione — si intrecciano a breakbeat programmati con una precisione chirurgica, creando una tensione tra organico e sintetico che nessun software, oggi, saprebbe replicare. È musica da camera per la generazione PlayStation, scrisse qualcuno all'epoca. Non c'era definizione migliore.

Il genio di James sta tutto qui: nella capacità di far convivere la complessità matematica e l'emozione pura. I suoi breakbeat non sono esercizi di stile: respirano, inciampano, accelerano come un cuore in panico. Le sue melodie non sono "catchy": ti perseguitano. Trent'anni dopo, produttori come Squarepusher, Venetian Snares, o anche figure più mainstream come Flying Lotus e Oneohtrix Point Never, devono ancora fare i conti con quell'album. Non come influenza: come standard inarrivabile.

Warps lo ristampa ora in edizione anniversary, vinile nero pesante, artwork originale, mastering dai nastri analogici. Bello, per carità. Ma Richard D. James Album non sta nei solchi del vinile né nei bit dello streaming. Sta in quella notte del '96, nel registratore a cassette che mangiava il nastro, nella sensazione vertiginosa di aver sentito qualcosa che non avevi mai sentito prima e non avresti più smesso di cercare. Aphex Twin, nel 1996, ci regalò la sua versione più autentica. Trent'anni dopo, suona ancora come il futuro.

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