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Venti anni de Il Rumore del Lutto: quando la morte smette di essere un tabù e diventa cultura

Venti anni de Il Rumore del Lutto: quando la morte smette di essere un tabù e diventa cultura

C'è una data che a Bologna non si cancella: il 20 ottobre 2006. Quel giorno, tra le aule dell'Alma Mater e i chiostri di San Domenico, nasceva Il Rumore del Lutto. Vent'anni dopo, il festival diretto da Maria Angela Gelati e Marco Pipitone non è più solo un appuntamento culturale: è una mappa sentimentale, un lessico condiviso, un modo per abitare la fragilità senza vergogna.

«La consapevolezza della morte cambia il valore della vita». Non è uno slogan, è la bussola che ha guidato due decenni di incontri, spettacoli, passeggiate notturne nei cimiteri, letture ad alta voce tra le lapidi, concerti all'alba. Un lavoro ostinato, spesso controcorrente, in un paese che della morte fa ancora fatica a pronunciare il nome senza abbassare la voce.

Dall'accademia alla piazza

All'inizio era un progetto di ricerca, un seminario permanente su death studies che incrociava filosofia, antropologia, arti performative. Gelati, filosofa, e Pipitone, antropologo, avevano capito che il lutto non si elabora in solitudine: serve comunità, serve rito, serve bellezza. La prima edizione portò a Bologna voci come Claudio Magris, Franco La Cecla, il collettivo Dei Suoni e dei Luoghi. Pochi posti, prenotazione obbligatoria, pubblico di addetti ai lavori e studenti curiosi.

Poi qualcosa si è rotto — nel senso buono. Il festival ha varcato le mura universitarie. Ha occupato la Certosa, il Cimitero Monumentale, le biblioteche di quartiere, i teatri off. Ha invitato musicisti come Giovanni Lindo Ferretti, Cristina Donà, Colapesce a suonare per i morti. Ha portato la poesia di Mariangela Gualtieri tra i cipressi. Ha trasformato il lutto in esperienza estetica, politica, civile.

Il suono del lutto

La musica, del resto, è sempre stata il cuore pulsante del Rumore. Non colonna sonora, ma pratica di prossimità. «Quando suoni per chi non c'è più, smetti di suonare per e inizi a suonare con», racconta un musicista che ha partecipato alle edizioni notturne in Certosa. Le Veglie sonore, format nato nel 2012, sono diventate il marchio di fabbrica: concerti acustici tra le tombe, senza amplificazione, dove il silenzio è parte della partitura.

Quest'anno, per il ventennale, il programma è un atlante: trenta appuntamenti in quindici giorni, da ottobre a novembre. C'è la Maratona del Lutto, ventiquattr'ore di letture, testimonianze, musica continua. C'è il progetto Eredità, che raccoglie oggetti, lettere, ricette, playlist lasciate dai defunti ai vivi. C'è Scuola di Lutto, laboratori per bambini e adolescenti — perché anche i piccoli muoiono, e i piccoli sopravvivono.

Una grammatica per l'assenza

Vent'anni significano anche aver attraversato il Covid. Nel 2020, quando i morti non potevano essere salutati, il Rumore ha organizzato Funerali della distanza: dirette streaming dai cimiteri vuoti, messaggi vocali inviati dai familiari, una campana suonata a mezzogiorno per ogni vittima. Un atto di resistenza umana prima che culturale.

Oggi il festival è rete nazionale: collaborazioni con Festival della Mente di Sarzana, Letteratura di Mantova, Morte e Dintorni di Milano. Ma la radice resta bolognese, porticata, notturna. Gelati e Pipitone non hanno mai voluto una fondazione, un brand, un franchise. «Il lutto non si franchizza», dicono. «Si abita».

Camminando tra i cipressi della Certosa in una sera d'ottobre, mentre un violoncello suona Bach e qualcuno accende una candela su una tomba senza nome, si capisce cosa intendevano. Il Rumore del Lutto non ha addomesticato la morte. Le ha dato un posto a tavola. E in vent'anni, quel posto è diventato casa per migliaia di persone.

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