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WOMEX e la dolce vita: l'Italia che mendica patenti dall'Europa (mentre la vera musica sta altrove)

WOMEX e la dolce vita: l'Italia che mendica patenti dall'Europa (mentre la vera musica sta altrove)

EDITORIALE / CONTROCORRENTE

WOMEX e la dolce vita: l'Italia che mendica patenti dall'Europa (mentre la vera musica sta altrove)

Il vizio della validazione esterna

Leggere i comunicati trionfali per WOMEX 2026 - «l'Italia protagonista», «ruolo sempre più rilevante a livello globale», parole di Parodi per Assomusica - provoca una vertigine familiare. Non è orgoglio, è sindrome di Stoccolma culturale. Da secoli questo Paese misura la propria statura artistica guardando lo specchio altrui: che sia l'Accademia di Francia nel Seicento, la Biennale di Venezia nel Novecento, o oggi una fiera dell'industria world-music gestita da Berlino. Il Padiglione Italia a WOMEX non è una conquista: è una richiesta di visto.

La dolce vita come merce da duty-free

E poi c'è «il profumo della dolce vita», l'altro titolo della settimana. Un brand svuotato, ridotto a fragranza per hotel di lusso e playlist Spotify «Italian Summer». La dolce vita non era un'estetica: era una frattura antropologica, il momento in cui l'Italia contadina diventava industriale, il cinema neorealista lasciava posto alla commedia all'italiana, la canzone d'autore nasceva dai cantinini di via del Corso. Oggi quel profumo lo vendono le stesse multinazionali che hanno smantellato i circuiti dal vivo dove quella musica è nata. Assomusica - associazione di categoria dei promoter, non dei musicisti - festeggia WOMEX mentre i club storici chiudono per affitti insostenibili e la SIAE tratta i giovani autori come evasori.

La world music è un'invenzione occidentale

Bisogna dirlo chiaro: la "world music" non esiste. È una categoria inventata nel 1987 in un pub londinese da discografici britannici per vendere dischi africani, latinoamericani, mediorientali nei negozi occidentali. WOMEX è la sua fiera campionaria. Che l'Italia vi partecipi da «protagonista» significa solo che la nostra burocrazia culturale ha imparato a compilare i moduli giusti per accedere ai fondi UE Creative Europe. La vera musica italiana «globale» - quella che riempie gli stadi in Sudamerica, che campiona i beatmaker di Napoli Est, che fa ballare i sound system a Bologna - a WOMEX non c'entra nulla. Perché non è «etnica» abbastanza per il gusto curatoriale nordico, né «pop» abbastanza per i numeri di Assomusica.

Il colonialismo culturale a km zero

C'è un paradosso grottesco: l'Italia che si vende come «dolce vita» al mercato globale è la stessa che tratta le sue periferie come colonie interne. I festival finanziati dai bandi ministeriali programmano «world music» importata mentre i rapper di seconda generazione a Torino o i cantautori in dialetto a Palermo faticano a ottenere una data pagata. Il Padiglione Italia a WOMEX 2026 sarà una vetrina perfetta: luci, prosecco, showcase selezionati da commissari che non hanno mai messo piede in un centro sociale. La cultura non si esporta in valigia: si abita.

La via d'uscita non passa da Berlino

Smettiamo di brindare per l'invito al tavolo dei grandi. La prossima volta che leggete «l'Italia protagonista a WOMEX», chiedetevi: quanti musicisti italiani vivono di musica senza dover insegnare, fare il cameriere, emigrare? La risposta sta nei dati ISTAT, non nei comunicati di Assomusica. La vera sovranità culturale non è un padiglione a una fiera tedesca. È un fondo di garanzia per i cachet, una legge sugli spazi dal vivo, una riforma SIAE che non punisca l'indipendenza. Finché non avremo quello, la «dolce vita» resterà solo un profumo - e WOMEX, la solita passerella per chi la cultura la amministra, non la fa.

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