C'è qualcosa di antico e insieme di spiazzantemente moderno nel modo in cui i Bosco Sacro concepiscono la durata. In un'epoca in cui l'attenzione si misura in secondi e le canzoni si comprimono per adattarsi agli algoritmi, questo collettivo veneto pubblica un disco dove i brani superano spesso i sei minuti senza che nessuno ne senta il peso. Inhabit, il loro secondo lavoro dopo Gem (2021), non chiede permesso: pretende tempo, silenzio, immersione totale.
Otto tracce, quaranta minuti scarsi, eppure la sensazione è quella di aver attraversato un intero ciclo lunare. Rispetto all'esordio, le coordinate si sono spostate: il dark-folk che ne costituiva l'ossatura si contamina di jazz, derive progressive e aperture surreali che ricordano certi esperimenti dei Talk Talk più tardi o degli Univers Zero, ma filtrati attraverso una sensibilità tutta mediterranea, terrosa. Il bosco del nome non è metafora decorativa: è humus, radice, materia viva.
Il vero salto di qualità sta nella voce di Giulia Parin Zecchin. Il suo contralto non accompagna: scava. Nei registri bassi evoca grotte carsiche, risonanze telluriche che si fondono con la batteria di Marco Zanin in un dialogo ritmico ipnotico, quasi tribale. Quando sale verso l'acuto, la voce si fa luce filtrata tra i rami, cristallina eppure mai eterea nel senso evanescente del termine: c'è carne, c'è fiato, c'è intenzione. Ascoltare "Limen" o la title track "Inhabit" significa assistere a una performance vocale che rifiuta la categoria di "canto" per farsi pura presenza.
Gli arrangiamenti, curati dall'intero collettivo (completato da Davide Tonon alle tastiere e Francesco Dalla Pozza al basso), mostrano una scrittura collettiva matura, dove nessuno strumento prevarica. Il sax di Tonon, in particolare, disegna traiettorie improvvisative che sfiorano il free jazz senza mai perdere il filo narrativo del brano. La produzione, asciutta e tridimensionale, lascia respirare ogni frequenza: si sente il legno delle bacchette, l'aria nei mantici, lo spazio della stanza dove tutto è stato registrato.
Inhabit non è un disco facile. Non concede ritornelli da canticchiare sotto la doccia, non strizza l'occhio a nessuna playlist. È un'opera che richiede — e merita — l'ascolto intero, possibilmente al buio, possibilmente in cuffia. In cambio offre qualcosa di sempre più raro: la sensazione di aver assistito a un rito, non a un semplice concerto registrato. I Bosco Sacro non fanno musica per abitare le classifiche. Fanno musica per abitare i silenzi che ci portiamo dentro.
