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Kings of Leon, "O My Beloved": la quiete dopo la tempesta sa di resa

Kings of Leon, "O My Beloved": la quiete dopo la tempesta sa di resa

C'era una volta una band che sapeva far tremare le pareti dei club più sudici del Sud. Quattro fratelli — tre Followill e un cugino — che dal Tennessee portavano in giro un rock viscerale, sporco, capace di far convivere il blues più nero con l'indie più nervoso. Oggi, ascoltando O My Beloved, l'ottavo capitolo della saga Kings of Leon, ci si chiede dove siano finiti quei quattro ragazzi che nel 2008, con Only by the Night, avevano conquistato il mondo senza chiedere permesso.

La risposta è scomoda: si sono accomodati. E non da oggi. La svolta morbida inizia ufficialmente con W.A.L.L.S. (2016), ma le radici affondano già in Mechanical Bull. Da quasi un decennio i KOL varcano la soglia della serenità con la stessa disinvoltura con cui un tempo scavalcavano le transenne. È un pregio, per l'ascoltatore medio. Per chi li ha seguiti dall'esordio di Youth & Young Manhood fino all'apice creativo di Come Around Sundown, però, queste nuove composizioni in stile "indie bedroom" cominciano a stare strette.

Niente più spigoli, solo velluto

Il problema non è la svolta pop — i Kings of Leon hanno sempre flirtato con le melodie larghe, basta riascoltare "Use Somebody" o "Sex on Fire". Il problema è l'assenza di attrito. O My Beloved scorre via liscio, educato, privo di quegli spigoli che rendevano Because of the Times un disco ancora oggi indispensabile. Caleb Followill canta con la solita voce graffiata, ma il morso è sparito. Le chitarre di Matthew non graffiano più: accarezzano. La sezione ritmica dei fratelli Jared e Nathan fa il compitino, solida ma anonima.

Bran come "Mustang" o "Television" funzionano come sottofondo gradevole per un aperitivo al tramonto. Manca l'urgenza, manca la fame. Manca quella ricerca stilistica all'interno dell'indie alternativo mainstream che, pur nella sua semplicità, faceva sperare in un sussulto. La sterzata verso sonorità più sintetiche, più "da camera da letto", suona come una resa mascherata da evoluzione.

La comfort zone è un vicolo cieco

Forse è ingiusto pretendere che una band dopo vent'anni di carriera suoni ancora come al secondo disco. Ma è legittimo pretendere che non smetta di rischiare. O My Beloved non è un brutto album — è ben scritto, ben prodotto, piacevole. È proprio questo il difetto peggiore: è solo piacevole. I Kings of Leon non sono mai stati una band da "piacere". Erano una band da "colpire".

Se questa è la nuova normalità, meglio riascoltare "Knocked Up" per l'ennesima volta. Almeno lì si sente ancora il pericolo.

Voto: 5,5/10

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