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Brian May: «Queen in tour? Ora mi godo la pausa, ma non chiudo la porta»

Brian May: «Queen in tour? Ora mi godo la pausa, ma non chiudo la porta»

C'è una foto che gira sui social da qualche settimana: Brian May seduto al suo studio di casa, cuffie addosso, chitarra in mano, la luce che filtra dalle finestre sul giardino inglese. Nessun palco, nessuna folla, niente luci stroboscopiche. Solo lui e il suono. E forse è l'immagine più onesta di dove si trova oggi il chitarrista dei Queen, a quasi settant'anni suonati e una carriera che ha ridefinito il concetto stesso di rock arena.

«Forse un giorno mi sveglierò e penserò: ‘Ehi, forse dovremmo tornare on the road’”, dice May in collegamento Zoom con Rolling Stone, con quella calma britannica che maschera a malapena l'entusiasmo di chi ha ancora cose da dire. «Ma per ora sto bene qui. Ho bisogno di questa pausa.»

La pausa, però, ha un suono tutto suo. Negli ultimi mesi May ha firmato la colonna sonora di Masters of the Universe (in uscita a breve anche in vinile, per la gioia dei collezionisti), ha collaborato con William Shatner — sì, il Capitano Kirk in persona — e ha supervisionato il restauro del film-concerto Queen Budapest, testimonianza storica del tour '86 dietro la Cortina di Ferro. Non male per uno che dice di volersi «godere il tempo a casa».

Il compositore Daniel Pemberton, partner nel progetto Masters, rivela un dettaglio che dice tutto sul metodo May: «Si siede, pensa per un po', poi suona parti già completamente formate». Il chitarrista annuisce: «È così che lavoro. Se non lo sento in testa, non lo suono. La chitarra è una voce, e se non sai cosa dire, è inutile aprire la bocca. Puoi strimpellare all'infinito, ma quello non è suonare con uno scopo».

Ascoltate la versione rock del tema di Eternia nell'album: May l'ha costruita pezzo per pezzo, fondendo i frammenti sparsi da Pemberton nella pellicola in un'unica architettura sonora. «Volevo la versione definitiva di quello che sentivo nella mia testa», spiega. «Come se tutto fosse uscito da lì, non da lui.»

C'è qualcosa di quasi artigianale in questo approccio. Niente loop, niente copia-incolla, niente correzioni post-produzione. Solo un uomo che ha passato cinquant'anni a scolpire il suono della Red Special — la chitarra che si è costruito a sedici anni col padre, legno di camino e molle di motocicletta — e che ancora la tratta come un'estensione del proprio sistema nervoso.

E i Queen? Roger Taylor ha già detto la sua: porte aperte, ma nessun piano concreto. Il film di Budapest uscirà restaurato in 4K, i vecchi score di Flash Gordon e Highlander tornano a circolare in edizioni curate. La macchina della storia continua a macinare, ma il motore — Brian — ha scelto di girare al minimo per un po'.

«Non sto dicendo mai più», precisa May, quasi a voler mettere le mani avanti. «Dico solo: non ora. C'è ancora musica in questa casa. E io voglio ascoltarla tutta.»

Forse è la dichiarazione più rock che potesse fare. Non l'addio, non il ritorno trionfale. Solo la verità di chi sa che la musica non si misura in biglietti venduti, ma in note che ancora non hai suonato.

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