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Queens of the Stone Age, "Perfecth": quando le catacombe partoriscono la carne nuova

Queens of the Stone Age, "Perfecth": quando le catacombe partoriscono la carne nuova

C’è un momento preciso in cui capisci che i Queens of the Stone Age non torneranno indietro. Non accade su un riff, né su un ritornello. Accade quando Josh Homme, seduto su una sedia nel buio di KEXP, intona "Time & Place" con gli occhi vitrei e una mannaia appoggiata sulle ginocchia. Non è teatro. È la conseguenza logica di chi ha passato settimane a registrare a trenta metri sotto Parigi, dove l’aria sa di calcare e di secoli, e i morti non fanno rumore ma ti guardano lavorare.

"Perfecth" — titolo che già nella grafia storpia l’idea di perfezione — non è un disco dei QOTSA come li abbiamo conosciuti. Non c’è la macchina da guerra di "Songs for the Deaf", né l’eleganza tossica di "Villains". Qui la band smonta il proprio linguaggio mattone per mattone: le chitarre non mordono più, respirano; la sezione ritmica non spinge, ondeggia; la voce di Homme abbandona il falsetto da seduttore per diventare qualcosa di più vicino a un sussurro confessionale, a tratti liturgico.

Prendi "Sarcophagus", l’apertura: nove minuti che non somigliano a nulla nel catalogo del gruppo. Un organo Farfisa che sembra uscire da una messa nera, un basso che pulsa come un cuore rallentato da barbiturici, batterie che non tengono il tempo ma lo scolpiscono. Quando il riff arriva — al minuto quattro — non esplode: affiora. Come se la roccia delle catacombe l’avesse partorito per erosione, non per forza.

Il vero miracolo sta nella scrittura. Homme ha sempre saputo nascondere melodie assassine sotto strati di fuzz; qui le spoglia nudo. "Mirror in the Dark" potrebbe essere un brano di Scott Walker prodotto da Trent Reznor: archi sintetici che si piegano fino a spezzarsi, un testo che parla di riflessi che non rimandano più l’immagine, e quel ritornello — "I saw myself and didn't recognize the face" — che ti rimane incastrato nello sterno per giorni.

Non tutto funziona. "Cenotaph" si perde in un ambientismo fine a se stesso, e la chiusura "Hollow Earth" avrebbe guadagnato da un taglio di due minuti. Ma sono difetti che contano poco davanti alla portata dell’operazione: una band al nono disco che rifiuta la rendita di posizione, che accetta di farsi irriconoscibile per restare vitale.

L’EP "Alive in the Catacombs", uscito a corredo, documenta la genesi: versioni spoglie, errori tenuti, silenzi che pesano più delle note. Ascoltandolo capisci che "Perfecth" non è un album sui morti. È un album che accetta la morte — della forma, dell’ego, del suono che ti ha reso famoso — per vedere cosa nasce dopo. La risposta è un corpo nuovo, pallido, meravigliosamente imperfetto.

Voto: 8.5/10

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