C'è una coerenza quasi maniacale nel modo in cui Caballero abita la serie Grünt: ogni volume funziona come una stanza insonorizzata dove il rapper belga (di stanza a Bruxelles, ma con l'orecchio teso verso Parigi e Atlanta) depone i propri pensieri senza dover rendere conto a nessuno. Grünt #78 non fa eccezione: venticinque minuti netti, sette tracce, zero featuring dichiarati, una produzione che profuma di home-studio curato da mani esperte.
Il suono è la vera notizia. Rispetto ai capitoli precedenti, qui la tavolozza timbrica si restringe su frequenze medio-basse: bassi subby che vibrano più che suonare, kick dal peso specifico calibrato al milligrammo, synth pad che stazionano in background come nebbia su autostrada notturna. Il missaggio privilegia la voce asciutta, centrata, con un riverbero corto che la inchioda al presente lasciando ai campioni il compito di disegnare lo spazio laterale. Dinamiche piatte, volute: niente picchi, niente crolli, un flusso continuo che premia l'ascolto in cuffia e penalizza l'autoradio.
"Cassiopée" apre il disco su un loop di Rhodes processato attraverso un filtro passa-basso che si apre appena all'incrocio del ritornello. La struttura è atipica: niente strofa-ritornello classico, ma due blocchi da sedici barre separati da un bridge strumentale di quattro misure. Caballero rappa in francese con inserti inglesi, flow legato che scivola sulla griglia senza mai forzare l'accelerazione. Il testo gioca su coordinate astronomiche e coordinate bancarie "orbite ellittiche, conti offshore" metafora della sua posizione nel game: visibile, distante, irraggiungibile.
Più interessante "TORIYAMA", omaggio dichiarato al padre di Dragon Ball che si traduce in una produzione a metà tra trap melodica e colonna sonora 16-bit. Il campione di un tema anime (non identificato, ma la melodia pentatonica è inconfondibile) viene pitchato verso il basso e looppato su una batteria boom-bap rallentata al 70 BPM. Caballero adotta un flow a terzine che rimanda a Migos prima maniera, ma la scrittura è più densa: riferimenti a Dr. Slump, alla censura televisiva anni '90, alla propria infanzia a Schaerbeek. Il ritornello "Super Saiyan nel quotidiano / potere latente, risveglio domani" funziona come mantra generazionale.
"Shadow of the colossus" chiude il lato A (metaforico: il disco è solo digitale e vinile, ma la scansione mentale regge) con la traccia più ambiziosa. Quattro minuti contro la media di tre e trenta. Armonicamente si muove su una progressione i-VI-III-VII in la minore, con un basso che sale di semitono a ogni giro creando tensione irrisolta. Il testo è un flusso di coscienza su solitudine da tour, sindrome dell'impostore, il peso dell'eredità artistica belga (Roméo Elvis, Damso, Hamza i fantasmi ingombranti). La voce si incrina appena sull'ultima barra, poi taglio netto: silenzio di tre secondi prima di "Abydos", outro strumentale su arpeggio di kora processata.
Il limite sta tutto nella prevedibilità della tavolozza emotiva. "Lait d'avoine" e "Gourmandises" funzionano come intermezzi gastronomici titoli che promettono leggerezza e consegnano invece la solita malinconia da after-hours mentre "Vacheron constantin" riduce il nome del prestigioso orologiaio a status symbol vuoto, senza l'ironia che avrebbe salvato la barra. La scaletta scorre via liscia, forse troppo: manca un momento di rottura, un cambio di tempo, una scelta produttiva che tradisca l'algoritmo.
Nella discografia di Caballero, Grünt #78 si colloca come esercizio di stile raffinato: tecnicamente ineccepibile, scritturalmente onesto, ma privo di quella scintilla di pericolo che rendeva Double Hélice o i primi Grünt ascolti necessari. Piacerà a chi cerca rap da "late night drive" curato nei dettagli sonori, deluderà chi aspetta un'evoluzione narrativa o formale. Un disco che si fa rispettare, ma non si fa amare.
