C'è un filo invisibile che lega le campagne siciliane degli anni Cinquanta ai dancefloor odierni, e i Nuhara lo hanno tirato con forza nel loro album d'esordio, Rama. Il nome del progetto — dall'arabo Nuwwar, "fioritura" — già suggerisce l'intenzione: far rifiorire un patrimonio sonoro sepolto sotto strati di modernità, senza nostalgie di maniera.
Tre i protagonisti: Michele Piccione, etnomusicologo e polistrumentista che conosce ogni piega della tradizione isolana; Federico Pipia, architetto di paesaggi elettronici tra drum machine e synth analogici; Gabriele Bazza, chitarrista e cantante che ha fatto delle tecniche vocali tradizionali il proprio marchio di fabbrica. Insieme non fanno "world music" da catalogo: praticano un'ibridazione rigorosa, dove ogni campionamento ha un'anima e ogni beat una genealogia.
Il cuore pulsante del disco è il mondo del lavoro — anzi, dei lavoratori. La title track "Rama (Cantu Ri Carrittera)" apre con ritmi frastagliati e esortazioni vocali che sfociano in un caos controllato, tra incursioni di chitarra elettrica e elettronica infuocata. In "Scuordu (Cantu Ri Surfatara)" riemerge un canto di minatori registrato da Alan Lomax nel 1954: i marranzani dialogano con breakbeat taglienti, e la storia si fa corpo sonoro. La civiltà rurale ritorna in "Laramu (Cantu Allaja)", dove gli stereotipi linguistici diventano fierezza, e ancora una volta è Lomax a prestare la voce dei contadini nella mietitura.
Ma non c'è solo archeologia. "Sbògghia (Cantu Ri Pisatura)" recupera un canto di trebbiatura più recente, trasformandolo in una delle pagine più ipnotiche dell'album: la voce di Bazza si fa narrazione epica, i synth di Pipia disegnano orizzonti notturni, gli strumenti acustici — kalebasa, tamburo a spalla, zampogna, lira, qraqeb marocchini — pulsano come un cuore collettivo.
Rama non è un'operazione di museificazione. È un atto politico, prima che estetico: restituire dignità sonora a chi la storia ha spesso silenziato, usando gli strumenti del presente. I Nuhara dimostrano che la tradizione non è un reperto da custodire sotto teca, ma una forza viva che può ancora spaccare le casse di un club — o le certezze di chi ascolta.
