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Everything Everything: 'Poison Pop' è lo schiaffo in faccia che il pop merita

Everything Everything: 'Poison Pop' è lo schiaffo in faccia che il pop merita

C’è un momento preciso in cui capisci che gli Everything Everything non hanno alcuna intenzione di invecchiare con grazia. Accade quando Jonathan Higgs, seduto di fronte a me in una stanza d’albergo londinese che sa di caffè bruciato e sigarette rollate male, mi guarda dritto negli occhi e dice: “Volevo fare un disco che fosse uno schiaffo in faccia. Mountainhead era una metafora, stava a distanza di sicurezza. Questo no. Questo non puoi scansarlo”.

Poison Pop, il settimo album della band di Manchester, esce venerdì e suona esattamente come quella promessa: undici tracce che corrono veloci, nervose, con la chitarra di Alex Robertshaw tornata a mordere invece di accarezzare sintetizzatori. È il suono di quattro uomini che hanno guardato il mondo andare in malora e hanno deciso che l’unica risposta sensata è urlare più forte.

Il titolo non è un caso. “È questa bevanda che ti uccide, ma la vuoi comunque”, spiega Higgs, tracciando col dito il bordo del bicchiere. “I social media, l’algoritmo, la rabbia confezionata a scopo di lucro. Sai che ti fa male. Lo bevi lo stesso”.

La genesi del disco è tutta in un anniversario: i dieci anni di Get To Heaven, quel terzo album del 2015 che aveva previsto l’ascesa dell’alt-right con una lucidità che fa ancora paura. Portarlo in tour l’anno scorso ha costretto la band a confrontarsi con i propri fantasmi. “È un disco aggressivo”, ricorda Higgs. “E io ho dieci anni in più. Salire sul palco ogni sera a cantare quelle canzoni mi ha fatto pensare: ‘Ragazzi, vi ricordate quanto eravamo fuori di testa?’”.

Il risultato è un lavoro che rifiuta quella che Cory Doctorow chiama “enshittification” – il peggioramento progressivo di tutto, piattaforme, politica, conversazione pubblica – per abbracciare invece il caos vitale dei primi Everything Everything. Quelli di Man Alive, di Arc, di quel pop art-rock che sembrava scritto da un matematico impazzito dopo tre notti insonni.

Ma Poison Pop non è nostalgia. La title track apre con un riff che taglia l’aria e un testo che elenca le tossine quotidiane: doom-scrolling, rage-bait, la stanchezza di chi ha smesso di stupirsi. “We drink the poison / And we call it pop”, canta Higgs, e il coro ti rimane in testa come un ritornello che non hai scelto tu.

C’è Feedback Loop, che parla della dipendenza da validazione digitale con una batteria di Michael Spearman che non concede respiro. C’è Clean, che prova a immaginare una via d’uscita e fallisce miseramente, ed è proprio lì che diventa bella. E c’è Slop, due minuti e venti di punk puro che prende a calci il concetto stesso di “contenuto”: “Feed me slop / Call it art / Sell me back my broken heart”.

Quando chiedo a Higgs se sia stanco di combattere, lui ride. Una risata secca, breve. “Non è che abbiamo scelta. Il mondo continua a peggiorare. Noi continuiamo a fare dischi. È l’unica cosa che sappiamo fare”.

Poison Pop esce il 21 giugno per BMG. Gli Everything Everything saranno in Italia a novembre: 12 al Fabrique di Milano, 13 all’Atlantico di Roma. Portatevi l’antidoto. Non basterà.

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