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Gaël Faye - Lundi Méchant: l'equilibrista tra due rive

Gaël Faye - Lundi Méchant: l'equilibrista tra due rive

Riascoltare Lundi Méchant nel 2025 restituisce la sensazione di un disco che ha scelto la via della tenuta piuttosto che quella dello stupore. Gaël Faye, al terzo lavoro in studio, non cerca più la vertigine verbale degli esordi né la narrazione a tesi di Épilogue: qui il rap si fa canzone tout court, con strutture strofa-ritornello che respirano, armonie che non temono il jazz modale e una produzione che privilegia la dinamica alla compressione da playlist.

Il suono è caldo, analogico nei timbri (basso Fender, Rhodes, chitarre clean con riverbero a piatta), missato per lasciare spazio alla voce: Faye non "spitta", canta-rap con una dizione che cura ogni consonante, modulando il flow su metriche irregolari senza mai perdere il centro tonale. "Kerozen" apre il disco su un loop di piano minimalista e una batteria spazzolata; il ritornello si allarga in un coro quasi liturgico, l'armonia vira su un VII grado abbassato che suggerisce un modo dorico senza mai dichiararlo. "Respire" sposta il baricentro su un groove afrobeat a 6/8: la sezione fiati entra in punta di piedi al secondo minuto, raddoppiando la melodia vocale in ottava bassa, scelta di arrangiamento che rivela una scrittura pensata per l'ensemble, non per il beat.

La coerenza della scaletta sta nel rifiuto del featuring facile: quattordici tracce (più il live di "Boomer" al Zénith) che scorrono come un unico flusso narrativo, dall'inquietudine metropolitana di "NYC" - synth pad freddi, cassa dritta, testo che alterna francese, inglese e kinyarwanda senza cesure - alla chiusura di "Kwibuka", dove un archi sintetici sostengono un parlato a mezza voce sul genocidio ruandese, senza retorica, solo peso specifico.

Cosa resta davvero? La capacità di Faye di far convivere l'eredità di MC Solaar e quella di Manu Dibango senza che nessuna delle due diventi citazione. È un album per chi cerca nel rap una forma canzone matura, per chi ama il suono "live in studio" e tollera qualche allungamento di troppo nella parte centrale ("C'est cool", "Seuls et vaincus" girano a vuoto per assenza di gancio melodico). Non un capolavoro, ma un disco onesto di un artista che ha smesso di dimostrare e ha iniziato a costruire.

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