C'è una rabbia lucida, chirurgica, in "Musica x ricchi". Non è il lamento di chi si sente sconfitto, ma la denuncia di chi ha capito le regole del gioco e si rifiuta di giocarci. Giuse The Lizia, al secolo Giuseppe Puleo, la colloca come ottava traccia di MDMA (Mica Dobbiamo Morire Adesso), il suo nuovo album uscito il 30 ottobre per Maciste Dischi e Warner Records Italy. E basta il primo verso per capire che non siamo davanti a una canzone qualunque.
"Lo Stato non vuole che ci droghiamo / ma non ci dà un motivo buono". L'attacco è frontale, spiazzante. In pochi secondi il cantautore palermitano — laureato in Giurisprudenza lo scorso marzo con 110 e lode, dettaglio non casuale — smonta la retorica istituzionale e religiosa insieme. La Bibbia che condanna l'omosessualità, il Viminale che rende inutile una tesi perfetta, il lavoro che si trasforma in condanna a morte lenta: "Vivere una vita dedita al lavoro / Poi morire sul lavoro".
La produzione, curata dallo stesso Giuse con Davide "Dade" Pavanello, asseconda l'urgenza del testo. Batterie dritte, chitarre graffianti, una "sporcizia sonora" voluta, cercata, che rende plastica la tensione del racconto. Niente levigature, niente compromessi radiofonici. È il suono di chi ha fretta di dire cose che bruciano.
Il pre-ritornello sposta il fuoco sul denaro e le sue false promesse: criptovalute, skincare, la pace interiore venduta come prodotto. "Pure la pace interiore non è niente di che", canta con un disincanto che fa più male della rabbia. E poi il ritornello, manifesto generazionale: "Musica per ricchi, l'arte senza artisti". La "x" al posto della "per" non è solo stilistica — rimanda a "Su x giù", brano precedente — ma segna una frattura: la cultura ridotta a merce, la creatività svuotata da chi ne detiene i mezzi.
Giuse The Lizia ha 26 anni e la lucidità di chi osserva il proprio tempo senza filtri Instagram. "Musica x ricchi è una canzone abbastanza incazzata", ha ammesso lui stesso, "in cui ho cercato di mettere insieme alcune delle contraddizioni che vedo nella mia generazione e nel modo in cui io stesso vivo". La chiave è tutta lì: l'auto-inclusione. Non c'è predica dall'alto, c'è condivisione del disagio.
In un panorama discografico italiano spesso ripiegato su se stesso, questo brano — e l'intero MDMA — segna una direzione diversa. Non cerca consenso, lo pretende. Non chiede scusa per il suo rumore, lo rivendica. E mentre l'ascolto scorre, resta addosso una domanda scomoda: quanti di noi hanno il coraggio di guardare in faccia le proprie contraddizioni senza girarsi dall'altra parte?
