C’è una tenerezza disarmante nel modo in cui Giuse The Lizia chiude il suo nuovo disco, MDMA (Mica Dobbiamo Morire Adesso), uscito lo scorso 30 ottobre per Maciste Dischi e Warner Records Italy. L’ultima traccia, I nostri anni migliori, non è un inno alla gloria né una rivendicazione generazionale: è un quaderno di appunti sfogliato con le dita tremanti, dove ogni strofa restituisce l’odore di una pizza bruciata, il suono di una chitarra scordata in cameretta, il nodo di una felpa stretta sui fianchi mentre si aspetta l’autobus.
"È uno dei pezzi a cui sono più affezionato", confessa l’artista. "Mi riporta indietro a momenti di gioventù e leggerezza che sembrano lontanissimi. Scriverla mi ha fatto tornare in mente una spensieratezza che oggi faccio più fatica a ritrovare". La sincerità della dichiarazione si riverbera in ogni verso: la prima strofa apre su "una stanza quattro mura / come stare sulla luna", poi scivola in un elenco di istantanee — "cene scadenti", "canzoni stonate ai concerti" — tutte legate dal ritornello che chiede solo "un minuto / delle tue labbra viola" e conta ciò che resta: "un minuto / dei nostri anni migliori".
La seconda strofa ribalta i dettagli senza tradire l’atmosfera: compaiono "le mutande sotto al letto", la fuga "su una nuvola", e al posto delle "mani che stringono i fianchi" ecco le "felpe legate sui fianchi", un’immagine insieme banale e potentissima, simbolo di un’età in cui l’identità si costruiva anche attraverso il modo in cui si indossava una felpa oversize. "Avrei voluto scrivere questa canzone proprio per non perdere del tutto quei momenti", conclude Giuse, lasciando intendere che la musica, per lui, è l’unico archivio affidabile contro l’oblio.
Musicalmente il brano si muove su coordinate essenziali: chitarra acustica, basso caldo, una batteria che entra solo nel finale come a segnare il battito di un cuore che accelera nel ricordo. Niente sovraincisioni, niente trucchi da studio: la produzione, curata dallo stesso Giuse insieme a Matteo Cantaluppi, privilegia l’immediatezza, come se la registrazione fosse avvenuta in quella stessa "stanza quattro mura" descritta nel testo.
In un panorama discografico che spesso insegue l’effimero virale, I nostri anni migliori suona come un atto di resistenza poetica. Non c’è retorica, non c’è compiacimento: c’è solo la consapevolezza che certi minuti — quelli delle cene bruciate, dei concerti stonati, delle felpe annodate — non torneranno, ma possono ancora essere abitati ogni volta che si preme play.
