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Ico e i Casi Umani: l'arte di stare un passo di lato

Ico e i Casi Umani: l'arte di stare un passo di lato

C’è un’immagine che resiste nella memoria di chi ha calcato i prati di MI AMI 2023: un uomo sulla cinquantina, petto nudo, che abbaia come un ossesso microfono in pugno. Il brano è Prendo un cane, la band è Ico e i Casi Umani, e quella performance — tra le più memorabili di quell’edizione — dice già tutto quello che serve sapere sul gruppo pisano. Non è solo attitudine da palco, è una dichiarazione di poetica: il punk può ancora essere allucinogeno, fisico, scomodo, e proprio per questo necessario.

Attivi da un decennio buono — l’incontro tra Ico e Davide risale a una notte di settembre 2014, tra risate e poca conoscenza reciproca — i Casi Umani hanno costruito una discografia parsimoniosa ma coerente: un disco ogni tre, quattro anni, ciascuno un tassello in più nella definizione di un suono che rifiuta le scorciatoie. Gruppo spalla, uscito a giugno, è il punto d’arrivo provvisorio di questo percorso. Sedici tracce in quaranta minuti scarsi, tutto registrato in presa diretta: una scelta che non è nostalgia analogica ma urgenza espressiva, il tentativo di cristallizzare l’energia caotica che i cinque sprigionano in sala prove come sul palco.

Il titolo non è casuale. La condizione di "gruppo spalla" — quelli che suonano prima dei nomi grossi, davanti a un pubblico che aspetta altro — diventa metafora di uno stare al mondo laterale, non allineato. C’è una genealogia precisa in questo suono: la cialtrona cazzonaggine dei Dictators, quella capacità di prendere in giro il rock mentre lo suoni con mestiere vero, si intreccia con la tensione nervosa, angolare, dei Gang of Four. Non citazioni colte, ma coordinate per orientarsi in un territorio dove l’ironia non è mai disimpegno.

Brani come Puzzone, Gommapane o Damiano funzionano come racconti brevi: ritratti di umanità ai margini, grotteschi e teneri insieme, dove la voce di Ico — ora sprezzante, ora quasi parlata — si fa narratore inaffidabile di vite che lo status quo preferirebbe invisibili. La sezione ritmica non fa da tappeto: basso e batteria si inseguono in un dialogo serrato, propulsivo, mentre le chitarre tagliano con riff che sanno di primi Wire quanto di punk italiano anni Ottanta, quello che non aveva paura di sporcarsi le mani con il noise.

La produzione, volutamente grezza, restituisce una timbrica viva: si sentono le dita sulle corde, il respiro tra una strofa e l’altra, quel margine d’errore che è la firma dell’esecuzione collettiva. Niente sovraincisioni chirurgiche, niente quantizzazione: Gruppo spalla suona come una band che suona insieme nella stessa stanza, perché è esattamente quello che è. In un’epoca di home recording asettico e collaborazioni a distanza, è quasi un atto politico.

La scrittura, poi, merita attenzione. I testi evitano sia lo slogan politico da comizio che l’intimismo da cantautore: preferiscono l’osservazione laterale, lo squarcio su situazioni assurde che rivelano più di mille analisi sociologiche. C’è una tradizione letteraria tutta italiana in questo approccio — si pensi a certi racconti di Fruttero & Lucentini, o alla miglior poesia visiva di Patrizio Fariselli — che i Casi Umani aggiornano con lessico contemporaneo e urgenza punk.

Quaranta minuti che volano, lasciando addosso la sensazione di aver assistito a qualcosa di vero. Non perfetto, non levigato, ma vero. Ico e i Casi Umani non vogliono essere la vostra band preferita: vogliono essere quella che vi ricorda perché avete iniziato ad ascoltare musica che non passa in radio. E in questo, paradossalmente, riescono meglio di chi ci prova con ben altri mezzi.

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