L'inaugurazione della cinquantesima edizione del Roma Jazz Festival, nella cornice della Sala Sinopoli all'Auditorium Parco della Musica, non poteva affidarsi a una figura più emblematica di Paolo Fresu. In una rassegna interamente dedicata al magistero di Miles Davis, il trombettista sardo si fa carico di un'eredità maestosa non con lo spirito reverenziale del semplice esecutore, ma con il trasporto critico e affettivo del discepolo devoto. Lo spettacolo Kind Of Lives — diretta emanazione scenica del recente doppio album Kind Of Miles (pubblicato nel 2024 per la Tuk Music) — si configura sin dai primi minuti come una dichiarazione d'amore esplicita, strutturata su un doppio binario narrativo e timbrico capace di riassumere la complessa evoluzione stilistica del genio di Alton.
La cifra analitica dell'operazione risiede nella decisione di isolare e far dialogare due anime ben distinte del canone davisiano: da un lato la produzione acustica di fine anni Cinquanta, legata alla rarefazione lirica e alla gestione dello spazio sonoro; dall'altro la svolta elettrica degli anni Ottanta, contrassegnata da pulsioni ritmiche urbane, contaminazioni pop e densità sintetiche. Per sorreggere questa complessa drammaturgia musicale, Fresu ha allestito sul palco due formazioni speculari e sovrapponibili, capaci di integrarsi con un'intesa telepatica.
Sul versante acustico, l'intreccio armonico e ritmico è affidato al pianoforte e al Fender Rhodes di Dino Rubino, al contrabbasso misurato di Marco Bardoscia e alla batteria sensibile di Stefano Bagnoli. A questa dimensione più intima si contrappone la sezione ad alto voltaggio elettrico, spinta dal funambolismo ritmico di Christian Meyer alla batteria e dalla cavata energica del basso elettrico di Federico Malaman, rinvigorita dalle sfumature del trombone e dei synth di Filippo Vignato. A fare da ponte ideale tra questi due mondi interviene la chitarra di Bebo Ferra, posizionato fisicamente nel set acustico ma pronto a dilatare le trame timbriche dell'intero ensemble.
Al centro di questo doppio dispositivo scenico si staglia la figura dinamica di Fresu. Con una mimica che evoca con sottile ironia le posture iconiche di Davis, il musicista sardo domina la scena attraverso una tromba volutamente minimale, prosciugata da ogni virtuosismo di maniera. Gli assoli si mantengono contenuti, calibrati, lasciando che a parlare siano la purezza del timbro e l'economia delle note. Il suono risultante in Sala Sinopoli è di straordinaria potenza e pulizia: le due sezioni ritmiche garantiscono un'impalcatura dinamica impeccabile, permettendo al racconto di fluire senza solutore di continuità per poco più di novanta minuti.
La scaletta del concerto attinge a piene mani dal repertorio di Kind Of Miles, alternando pietre miliari della storia del jazz a riletture e brani ispirati a quella straordinaria traiettoria artistica. Il versante più lirico trova spazio in interpretazioni toccanti di classici come "It Never Entered My Mind", "My Funny Valentine" e "Bess, You Is My Woman Now", affiancati dalla tensione notturna di "'Round Midnight". Su questo registro si innestano le architetture di "Diane" e composizioni evocative quali "Orange", "Venere" e "Berlin".
Di contro, l'energia dell'era elettrica travolge la sala con l'urgenza di "Jean Pierre", l'aggressività ritmica di "You're Under Arrest" e le trame di "Call It Nothing", sfociando nella celebre riappropriazione jazz-pop di "Time After Time", fino alla chiusura concettuale affidata a "MalaMiles". In ognuno di questi passaggi, l'affiatamento tra i musicisti si dimostra ai massimi livelli: Fresu guida una celebrazione vibrante che evita la trappola della pura nostalgia, restituendo Miles Davis non come un monumento immobile, ma come una materia sonora viva, cangiante e ancora profondamente contemporanea.
