C'è una frase che torna spesso nella critica musicale quando si parla di esordi fulminanti: "suona come se esistesse da sempre". Albatross, il primo EP di Katie Gregson-MacLeod, merita quell'aggettivo senza riserve. Sei brani, ventidue minuti, e una capacità rara di trasformare il personale in universale senza mai forzare la mano.
La title-track apre il lavoro con un fingerpicking scarno e una voce che sa di notti insonni nelle Highlands. Il testo gioca sull'immagine dell'albatro – benedizione e maledizione, compagno di viaggio e peso sul collo – e Gregson-MacLeod lo canta con una disarmante onestà, senza vibrato di troppo, senza orpelli. È il manifesto poetico di tutto l'EP: la bellezza sta nella nuda verità.
196 scivola via su versi quasi parlati, monotoni, che esplodono in un ritornello in maggiore: un'apertura improvvisa, come una finestra spalancata su un paesaggio scozzese bagnato di sole. La progressione è classica, i tamburi fermi e secchi, eppure l'effetto è di una freschezza disarmante. Si sente l'eco di un country d'altri tempi, filtrato attraverso la nebbia di Inverness.
È lo stesso spirito che anima Nothing Really Changes, paradossalmente il brano più speranzoso della raccolta. "Nothing really changes, but everything's different" canta Katie, e in quella contraddizione risiede il cuore pulsante del disco: la consapevolezza che la guarigione non è lineare, che si può stare meglio portandosi addosso le cicatrici.
Chiude Roadkill, forse il pezzo più forte. L'arrangiamento brilla, quasi luminoso, ma il testo è un pugno nello stomaco: metafore crude, immagini viscerali, quella capacità tipica delle grandi songwriter americane – Lucy Dacus, Jess Williamson, Waxahatchee – di trasformare il dolore in arte senza edulcorarlo. Gregson-MacLeod ha studiato bene la lezione, ma la restituisce con un accento tutto suo, una cadenza scozzese che rende ogni parola più ruvida, più vera.
Sette brani per ventidue minuti che passano in un soffio e lasciano il segno. Albatross non cerca compromessi radiofonici, non insegue trend: è il lavoro di un'artista che ha già trovato la propria voce e non ha paura di usarla. Un esordio che sa di conferma. 7/10
