Quando un artista decide di pubblicare un album costituito da un unico brano omonimo della durata di trentanove minuti e dodici secondi, la posta in gioco non è più la playlistabilità ma la tenuta drammaturgica dell'ascolto profondo. FINIS-LES, terzo atto in studio per La Fève su etichetta Walone, è esattamente questo: un monolite sonoro che rifiuta la frammentazione dello streaming per imporre una temporalità altra, cerimoniale, quasi liturgica nella sua lentezza.
La produzione, curata nei minimi dettagli timbrici, lavora per sottrazione: il missaggio privilegia le frequenze medio-basse, lasciando che kick cavernosi e synth modulari respirino in uno spazio riverberato che ricorda le sale di registrazione della Berlino anni Ottanta più che gli studi parigini contemporanei. La dinamica è gestita a onda lunga: non ci sono drop, ma maree. Il lato destro dello stereo ospita spesso texture granulari — field recording di cantieri, forse, o nastri magnetici degradati — che si insinuano sotto la voce senza mai rubarle la scena.
La struttura del brano FINIS-LES si rivela solo dopo ripetuti ascolti. Si apre su un drone di organo Farfisa che tiene il campo per quasi sei minuti, poi la voce di La Fève entra come un sussurro amplificato: fraseggio spezzato, enunciazione volutamente imperfetta, melismi che si sciolgono in glissandi microtonali. Il testo, frammentario e ripetitivo («finis-les, finis-les, tout finit par finir»), funge da mantra più che da narrazione. Intorno al quattordicesimo minuto una sezione ritmica minima — hi-hat campionati, cassa 4/4 sepolta nel mix — tenta di dare propulsione, ma viene subito riassorbita da un muro di chitarre preparate che graffiano lo spettro sonoro con armonici dissonanti.
È nella terza parte, dai venticinque minuti in poi, che l'opera tocca il suo apice: la voce si sdoppia in controcanti quasi gregoriani, processati attraverso un vocoder analogico che ne trasforma il timbro in qualcosa di androgino e atemporale. L'armonia, fin lì statica su un pedale di La bemolle, si apre improvvisamente a un accordo di nona maggiore che dura il tempo di un respiro prima di collassare in un finale di solo rumore bianco modulato, tagliato netto all'ultimo secondo. Un finale che non concede catarsi.
Rispetto a Kérosène (2023) e all'EP Cendres (2024), FINIS-LES radicalizza la tendenza di La Fève a dissolvere la forma-canzone in flusso di coscienza sonoro. L'eredità dichiarata — Gainsbourg periodo Histoire de Melody Nelson per l'approccio orchestrale, Scott Walker per la teatralità vocale, ma anche il minimalismo di Eliane Radigue — viene qui assorbita e rigettata in una sintesi personale che non cerca consensi. Chi cerca melodie immediate, ritornelli o varietà di tempi rimarrà spiazzato; chi accetta la sfida di un ascolto immersivo, privo di punti di riferimento convenzionali, troverà un'opera di coerenza ferrea e bellezza aspra, che premia la pazienza con momenti di vertigine acustica autentica.
Non è un capolavoro — la monoliticità a tratti sfiora l'autocompiacimento, e la seconda parte avrebbe beneficiato di una maggiore tensione armonica — ma è un atto di coraggio artistico raro nel panorama francofono attuale. Un disco che non si lascia consumare: pretende di essere abitato.
