C'è una Roma che non finisce sulle cartoline. Quella dei marciapiedi rotti, dei neon che sfarfallano alle tre di notte, delle facce stanche sui vagoni della metro A. È la Roma che abita Amore Automa, il nuovo album di Mandark uscito lo scorso 6 novembre per Supernova Group. Otto tracce che non fanno sconti, anticipate dal singolo Bella Persona, già capace di tracciare le coordinate emotive del disco: buio, tensione, una bellezza che fa male.
"Volevo raccontare la città che vedo io", mi dice Mandark quando lo raggiungo al telefono. "Non la Roma eterna, quella dei turisti. Quella vera, che ti ignora mentre crolla a pezzi." Nel suo racconto la capitale diventa metafora di un'interiorità frammentata: la durezza come armatura che non protegge abbastanza, le fragilità che filtrano dalle crepe. È un disco che non cerca redenzione, semmai verità.
La fuga verso Est
La svolta arriva lontano da qui. Anni di stop, la musica messa in un cassetto. Poi la Cina. "In Asia ho visto lo scontro frontale tra tradizione e futuro", spiega l'artista. "I giovani cinesi non scelgono: ricuciono. Prendono il peso di millenni di storia e lo piegano dentro linguaggi contemporanei. Arte, musica, tecnologia: hanno eliminato la distanza tra amore e automa."
Quella frase — amore e automa — diventa il titolo e il manifesto. Non opposizione, ma sintesi. La macchina che impara a sentire, l'umano che accetta le proprie parti meccaniche. "Sono usciti dall'immobilità", aggiunge Mandark. "Hanno smesso di ripetere gesti vuoti. Io ho fatto lo stesso."
Un suono che non si lascia addomesticare
Ascoltando Amore Automa si capisce subito: qui non c'è nulla di levigato. Le basi urban si sporcano di trap-metal, le chitarre graffiano fino al rock alternativo, i synth pulsano come neon difettosi. Parole ricorrenti — notte, nero, vuoto — non sono vezzo estetico: sono coordinate spaziali. Ogni brano abita uno di quei luoghi.
La produzione rifiuta la comfort zone. Quando il beat si fa ipnotico, arriva una distorsione a rompersi le costole. Quando la melodia sembra aprirsi, il testo ti chiude in gola. È musica che richiede ascolto attivo, che non fa da colonna sonora: ti costringe a sederti di fronte a te stesso.
Il ritorno necessario
Dopo anni di assenza, Mandark non torna con un disco "di ripartenza" nel senso banale. Amore Automa è un confronto nudo, il referto di uno scontro vinto a fatica. "Accettare il peso delle verità più scomode", mi dice prima di salutarmi, "è l'unico modo per smettere di girare a vuoto".
Forse è questo il senso profondo dell'automa che impara ad amare: non diventare umano, ma smettere di fingere di non esserlo. In una Roma che si sgretola, e in un'Oriente che reinventa se stesso ogni mattina, Mandark ha trovato la sua voce. Era rimasta sepolta sotto macerie e silenzi. Ora urla. E noi non possiamo fare a meno di ascoltare.
