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Mattia trasforma la passerella in metafora sociale con il nuovo singolo "Runway"

Mattia trasforma la passerella in metafora sociale con il nuovo singolo "Runway"

C'è una passerella che non si trova sotto i riflettori di via Montenapoleone né nei backstage della Fashion Week. È quella che percorriamo ogni mattina sbloccando lo schermo dello smartphone, dove corpi, outfit e narrazioni personali vengono messi in vetrina per un pubblico invisibile ma onnipresente. Mattia — all'anagrafe Mattia Tosoni, bresciano classe 1992 — la chiama Runway e ne fa il titolo del suo nuovo singolo, fuori ora per Isola degli Artisti con la produzione di Andrea Culpo.

Il cantautore e performer, che ha fatto della dimensione live e visiva una cifra stilistica, costruisce attorno al brano un immaginario che ibrida moda, cinema e dancefloor. Camicia azzurra, cravatta, pantaloni sartoriali, occhiali scuri: l'estetica rimanda all'editoriale di una rivista patinata, ma la sostanza è altrove. "Sulla runway c'è chi guarda, chi applaude, chi copia e chi aspetta il passo falso", racconta Mattia. "Io scelgo di continuare a camminare".

Il ritornello lo sintetizza in tre parole, un imperativo che è anche una dichiarazione d'intenti: "Strike a pose". Il riferimento a Madonna è immediato, ma qui la posa non è solo citazione pop. Diventa strategia di sopravvivenza, filtro attraverso cui decidere cosa mostrare e cosa tenere per sé. In un'epoca in cui l'immagine precede spesso la persona, il confine tra ispirazione e imitazione si fa sottile, e lo sguardo altrui — like, commenti, condivisioni — si trasforma in tribunale permanente.

Musicalmente, Runway attinge all'energia dei Novanta e ad alcune traiettorie del dancefloor settantiano, con una produzione che Culpo tiene tesa, fisica, pensata per il movimento. La cassa dritta spinge in avanti, i synth aprono spazi ariosi, ma la melodia non smette di portare il peso del testo. È dance che pensa, o forse pop che balla mentre si interroga.

L'uscita arriva a ridosso dell'ultima Milano Fashion Week, tempistica non casuale per un brano che prende uno dei simboli più riconoscibili della moda e lo svuota della sua accezione elitaria per riempirlo di quotidianità. Cambiano gli abiti, cambiano gli spettatori, ma la domanda resta la stessa: quanto di ciò che mostriamo appartiene davvero a noi e quanto viene modificato dalla consapevolezza di essere guardati?

Mattia non offre risposte facili. Si limita a camminare, dritto, con la testa alta. E invita chi ascolta a fare lo stesso. Strike a pose. Non per chi guarda. Per sé.

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