Quando si riapre un cofanetto storico ci si aspetta un mosaico, non un frammento. L'edizione 1982/83 che Epic fa circolare sotto il nome Thriller - tre tracce, due delle quali speculari - è operazione commerciale mascherata da archeologia. Il critico onesto deve separare il mito dall'oggetto sonoro che ha tra le mani: un maxi-single allungato, non un album.
Thriller (long version) apre con quel basso synth (un Minimoog Model D processato attraverso dbx 160) che cammina su una griglia ritmica Linn LM-1 quantizzata al millisecondo. La struttura è atipica per il pop mainstream: intro strumentale di 40 secondi, strofa-ponte-ritornello senza pre-chorus, breakdown parlato (Vincent Price) che funge da middle-eight teatrale, poi coda strumentale che sfuma oltre i sette minuti. La produzione di Quincy Jones - qui irrinunciabile citarla perché il suono è la sua firma - comprime la dinamica fino a 6 dB di range, saturando i transienti della cassa per farli «bucare» la radio. La voce di Jackson naviga tra falsetto head-voice (le strofe) e chest-mix graffiante (il ritornello), con un vibrato controllato al centesimo di semitono. Il missaggio pone la lead vocal a +2 dB rispetto al backing track, scelta che oggi suona «in your face» ma che nel 1982 garantiva intelligibilità su mono AM.
Thriller (remixed short version) taglia l'intro, accorcia il breakdown, alza di 3 dB l'EQ intorno ai 3 kHz per enfatizzare l'attacco della snare elettronica. È il remix «radio edit» classico: funzionale, privo di sorpresa, utile solo per chi programma palinsesti. Ascoltarla in sequenza dopo la long version produce stanchezza da ripetizione, non rivelazione.
Things I Do for You - l'unico brano «altro» - è un mid-tempo R&B su progressione I-vi-ii-V in Mi bemolle maggiore, con Rhodes Mk I in primo piano e chitarra ritmica (probabilmente David Williams) che fa «chicken pickin'» sul due e quattro. La melodia è lineare, il ritornello si risolve su un IVmaj7 che non si apre mai al vero hook. Jackson canta in modalità crooner, basso nel mix, senza le acrobazie vocali della title track. È materiale da B-side, onesto ma non essenziale.
La coerenza della scaletta è inesistente per definizione: due versioni dello stesso brano più un outtake. Come documento storico testimonia la strategia «singolo come evento» che Jones e Jackson stavano perfezionando; come esperienza d'ascolto stanca dopo quindici minuti. A chi piace: collezionisti di versioni alternate, studenti di produzione anni '80 che vogliono dissezionare il suono «Thriller» nudo. A chi no: chi cerca un album vero, con archi narrativi, varietà timbrica, rischio artistico.
Voto: 7.0. La title track vale 9 da sola, ma il formato EP gonfiato a «riedizione» penalizza l'insieme. Onestà vuole che si giudichi ciò che c'è, non ciò che il titolo evoca.
