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"Pota yes... si va in America": il sogno a stelle e strisce sale sul palco (e in cuffia)

"Pota yes... si va in America": il sogno a stelle e strisce sale sul palco (e in cuffia)

C'è un «pota» che sa di casa, di polenta e di saluti sulla banchina. E c'è un «yes» che sa di neon, di grattacieli e di promesse. Sta tutto qui, nel titolo bilingue e un po' sgangherato — Pota yes... si va in America — il cuore dello spettacolo che Teatro Telaio porta in tournée dai teatri di provincia ai festival internazionali. Una produzione nata a Bergamo, cresciuta tra archivi di lettere di emigranti e vecchi dischi 78 giri, e approdata ora a un debutto Oltreoceano che profuma di rivincita.

Ma non chiamatelo «teatro di narrazione» e basta. La regia di Fabio Marchisio ha scelto la via della contaminazione: la storia di Giacomo, contadino della Val Brembana sbarcato a Ellis Island nel 1912, si snoda su una partitura originale firmata da Matteo Castiglioni, che mescola canti di lavoro bergamaschi, ragtime newyorkese, echi di klezmer e perfino un accenno di blues quando il protagonista finisce in miniera in Pennsylvania. La musica non accompagna: è la drammaturgia. Gli attori cantano, suonano fisarmoniche, banjo, violini; il sound design di Luca De Marinis campiona rumori di nave a vapore, fischi di treno, il fruscio dei dollari nei portafogli vuoti.

Il risultato è un concept-album teatrale che sta facendo gola anche ai programmatori musicali: dopo le date italiane, lo spettacolo volerà al Under the Radar Festival di New York e al Cervantino di Guanajuato. «Volevamo raccontare la migrazione senza retorica», spiega Marchisio, «usando la lingua universale del ritmo. Chi ama la world music, il folk revival o anche solo le grandi colonne sonore da C'era una volta in America a The Godfather, qui ritrova quella tensione tra radici e radici spezzate».

In scena, tra valigie di cartone e proiezioni d'archivio, c'è anche una sorpresa per i nerd della discografia: una ghost track finale, registrata su nastro magnetico negli anni '50 da un vero emigrato bergamasco a Newark. La sua voce crepita: «Pota, com'è l'America?». E il pubblico, tra un applauso e l'altro, si ritrova a canticchiare il ritornello in dialetto. Non male per uno spettacolo che nasce «in provincia» e parla al mondo.

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