C'è una geografia emotiva che precede ogni geografia fisica. Per chi ha attraversato l'adolescenza milanese tra la fine degli anni Dieci e l'inizio dei Venti, il nome Rkomi non indica semplicemente un artista: segna una linea di faglia generazionale. Ieri sera, alla prima delle cinque date di A Milano Live al Fabrique, quella linea di faglia si è fatta architettura sonora.
Mirko Martorana sale sul palco con la consapevolezza di chi non deve più dimostrare nulla — condizione rara, nel pop italiano, e forse il suo vero lusso. La scalata è stata verticale: dal buio dei primi EP autoprodotti alla luce abbagliante di Sanremo, passando per quel Dove gli occhi non arrivano (2019) che ha costretto la critica a rivedere le proprie coordinate. Ma stasera non c'è trionfalismo. C'è, semmai, l'attenzione meticolosa di un restauratore.
Il concept è dichiarato: riportare dal vivo l'ultimo EP A Milano insieme ai dischi che «hanno segnato la sua carriera, per un periodo la sua condanna». La formula è rischiosa: Dasein Sollen (2016), Io in terra (2017), Ossigeno EP (2019) appartengono a mondi sonori diversissimi. Il primo è rap notturno, scarno, debitore verso la scuola genovese di Tedua e Izi — quelle «aeroplanini di carta» che per tanti liceali di provincia hanno funzionato da porta d'accesso a un immaginario altrimenti precluso. Il secondo introduce la melodia come arma, non come concessione. Il terzo è già ibridazione consapevole: chitarre acustiche, synth analogici, la voce che smette di rappare per iniziare a cantare davvero.
La sfida produttiva sta tutta qui: come far convivere la timbrica secca, quasi parlata, dei primi versi su «Apnea» o «Solo» con l'estensione vocale che Martorana ha conquistato album dopo album? La risposta sta negli arrangiamenti. La band — basso, batteria, tastiere, chitarre — non accompagna: traduce. I beat originali, spesso minimali, campionati, loop-based, vengono riscritti per organico vivo. Il risultato è una sorta di unplugged amplificato: la grana dei campioni lascia spazio al respiro degli strumenti, ma la tensione ritmica non cede. «Mai più» guadagna una sezione ritmica funk che ne rivela l'anima black; «Acqua» si apre in un finale strumentale dove le chitarre riverberate citano inconsapevolmente i Cure di Disintegration.
È nella voce, però, che la genealogia si fa nitida. Martorana ha studiato — si sente — la lezione di Dargen D'Amico nella capacità di far coesistere ironia e dolore nella stessa frase melodica; ha assorbito da Jovanotti l'istinto per il groove pop che non rinuncia alla complessità testuale; da Calcutta ha preso la lezione dell'anti-eroe borghese che racconta la propria inadeguatezza senza vittimismo. Ma la sintesi è tutta sua: un cantautorato rap che non è né l'uno né l'altro, ma una terza cosa che l'italiano fatica ancora a nominare.
Il pubblico del Fabrique — trasversale per età, provenienza, codici culturali — segue ogni passaggio. Quando parte «Verme», dal primo Dasein Sollen, le prime file la rappano tutta: testimonianza di una fedeltà che ha attraversato il mainstream senza rompersi. È il momento in cui la «condanna» citata dall'artista si rovescia in privilegio: aver vissuto abbastanza a lungo da vedere i propri demoni privati diventare patrimonio collettivo.
Chiude con il nuovo materiale: «Odio quindi sono», «Il ritmo delle cose». La scrittura è più essenziale, le metafore meno barocche, la produzione (Shablo, Marz, Zef) lavora per sottrazione. Martorana ha smesso di rincorrere la propria ombra. Sul palco del Fabrique, tra i fantasmi di sette anni fa e le cinque notti che lo aspettano, sembra finalmente abitare il presente. Non male, per uno che ha fatto dell'esser-ci — Dasein — la propria bussola.
