Quando Mike Kerr e Ben Thatcher hanno varcato la soglia del loro capanno-prova, nascosto in un giardino di Brighton, non avevano né scalette né demo pronte. Solo una lavagna bianca e la consapevolezza che, dopo dieci anni di tour, festival e il peso di un debutto che li ha consacrati, l'unica strada possibile era quella che porta verso l'interno.
"Dead Company", il quarto album dei Royal Blood in uscita oggi, è il frutto di quella che Kerr definisce "l'arte della perseveranza senza alcun tipo di disconnessione". Un concetto che prende forma già dalla title track: "What's in the way / Is the way". "A volte la perseveranza non aiuta", spiega il frontman, "se significa solo andare avanti a testa bassa ignorando tutto ciò che ti circonda. Per me non era 'caricarsi avanti', ma 'caricarsi dentro'".
La genesi del disco affonda le radici nell'estate 2024, quando il duo ha deciso di fermarsi dopo i festeggiamenti per il decennale dell'esordio omonimo. Una pausa non concordata a tavolino, ma nata dall'esigenza di riappropriarsi della normalità. "Volevo aspettare non solo che ci mancasse suonare insieme – che non richiede molto tempo – ma davvero fare un passo indietro", sorride Kerr. "Quattro mesi non sono un'eternità, ma per noi che non smettevamo mai di suonare insieme era un'eternità. Onestamente pensavo sarebbe durata un anno".
Invece, quella distanza ha funzionato come un reset. Lontani dal ciclo infinito "scrivi-registra-tour-ripeti", Kerr e Thatcher hanno ritrovato la scintilla nella semplicità. "È il nostro album più semplice", ammette il bassista, "ma semplice non significa facile. Significa aver tolto tutto il superfluo per arrivare all'osso della canzone".
Il risultato è una raccolta che suona come un pugno nello stomaco avvolto in velluto: riff granitici che lasciano spazio a melodie insidiose, ritmiche che oscillano tra il groove funk e l'urgenza punk, testi che scavano nelle zone d'ombra senza mai perdere la presa sull'ascoltatore. Brani come "Honeybrains" o "The End" mostrano una band che non ha paura di mostrare le cicatrici, trasformandole in armi.
E poi c'è il live, la dimensione dove tutto torna a quadrare. "Non c'è paragone con l'adrenalina di una folla", dice Kerr con gli occhi che brillano. "È lì che le canzoni smettono di essere nostre e diventano di tutti. È lì che la carica verso l'interno esplode verso l'esterno".
