C'è una specie di paradosso al cuore di OLOturie.., l'esordio di Sofia Ara: ventitré minuti che sembrano durare un'ora, non per noia ma per densità. Il titolo — oloturia, il cetriolo di mare, con quella punteggiatura volutamente imperfetta, i due punti sospesi come bolle d'aria — non è un vezzo estetico. È la chiave di lettura di un lavoro che prende un organismo bizzarro, simmetrico solo in apparenza, capace di espellere i propri visceri per rigenerarli, e ne fa la metafora operativa di una scrittura che si auto-smonta per ricomporsi.
Il mare che evoca Ara non è quello delle cartoline estive né quello romantico dei tramonti. È il mare profondo, quello dove la luce non arriva e la pressione trasforma la materia. L'apertura del disco lo dichiara subito: flauti che non suonano «flautistici», ma diventano texture, vento nei condotti, richiami di creature che non hanno nome. C'è una genealogia precisa qui, che risale al Fourth World di Jon Hassell e Brian Eno — quella fusione di acustico ed elettronico che rifiuta la world music come esotismo per farne architettura — ma filtrata attraverso la sensibilità glitch di fine anni Novanta, quella di Oval o dei primi Autechre, dove l'errore digitale non è difetto ma materia prima.
La produzione lavora per sottrazione e accumulo simultanei. La cassa dritta, quando appare, non è un richiamo da club ma un battito cardiaco rallentato, un metronomo biologico. Le voci — di Ara, stratificate in cori che sembrano provenire da stanze diverse, epoche diverse — non raccontano storie lineari. Sono un altro strumento timbrico, vocali che diventano armonici, consonanti che percuotono come percussioni minimali. Si pensa a Meredith Monk, a Caterina Barbieri, a quel filone di vocalità astratta che in Italia ha trovato in Daniela Casa o in certi esperimenti della Cramps Records degli anni Settanta punti di riferimento obliqui.
DIVISODUE è il momento in cui la strategia si rivela compiutamente. Il brano — esemplare, come suggerisce la fonte — innesta su un tessuto di glitch controllati, di voci che si rincorrono in canonici destrutturati, una chitarra che suona «necessariamente lo-fi». Quell'avverbio è cruciale: non è una scelta estetica retro, è una necessità strutturale. Il suono sporco, compresso, quasi registrato male, rompe la purezza dell'ambiente digitale, introduce una grana organica che ricorda la polvere sui nastri, l'usura del tempo. È il momento in cui l'oloturia espelle i visceri: la struttura del brano si lacera, mostra l'interno, e in quella ferita entra una luce diversa.
Non c'è track-by-track da fare, perché OLOturie.. non funziona per brani. Funziona per stati, per pressioni, per strati geologici. Ventitré minuti sono la durata esatta di un'immersione senza decompressione: abbastanza per perdere i riferimenti, non abbastanza per abituarsi al buio. Ara non concede risoluzioni facili, non ammicca al ritornello che salva il pezzo. Il pop, qui, è nella melodia che affiora per un istante tra un glitch e un flauto, nell'aggancio emotivo che dura lo spazio di un respiro prima di essere risucchiato dalla corrente.
È un esordio che non chiede permesso. Si colloca in quella zona franca dove l'elettronica italiana più interessante — da Colapesce a Populous, da M¥SS KETA a Lorenzo Senni — ha imparato a non scegliere tra accessibilità e ricerca, ma a farle collassare l'una nell'altra. OLOturie.. è un manufatto oscuro e sorprendente, di quelli che «rivelano la profondità del loro suono mentre si consumano nello stereo». Ha bisogno di essere riprodotto, diceva la fonte, per ripulirsi a contatto con l'aria. O con l'acqua. Ascoltatelo in cuffia, al buio, e vi accorgerete che la pressione sale davvero.
