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Il Congresso a maggioranza democratica: cosa cambia per l'industria musicale americana

Il Congresso a maggioranza democratica: cosa cambia per l'industria musicale americana

La vittoria democratica alle elezioni di midterm non è solo una questione di equilibri politici a Washington. Per l'industria musicale americana — e per quella globale che guarda agli Stati Uniti come mercato di riferimento — il controllo totale del Congresso apre scenari concreti su dossier che languono da anni: riforma del copyright, equo compenso per lo streaming, finanziamenti federali per le arti, regolamentazione dell'intelligenza artificiale generativa.

Jon Ossoff in Georgia, James Talarico in Texas, Annie Andrews in South Carolina: i nuovi volti del Senato democratico arrivano da stati dove la scena musicale è vitale ma spesso ignorata dai vecchi poteri. Ossoff, in particolare, ha un background nel documentario e nella produzione audiovisiva; conosce la filiera creativa non per sentito dire. La sua elezione, insieme al mantenimento della maggioranza alla Camera, dà ai democratici la leva per far avanzare proposte bloccate dai repubblicani negli ultimi due anni.

In cima all'agenda c'è l'American Music Fairness Act, la proposta bipartisan che vorrebbe estendere i diritti di esecuzione pubblica anche alla radio terrestre AM/FM — unico paese al mondo insieme a Iran, Cina e Corea del Nord a non pagare gli artisti per i passaggi radiofonici. Finora il lobbismo delle emittenti (NAB) ha affossato ogni tentativo. Con la nuova composizione delle commissioni Giustizia e Commercio, il testo potrebbe finalmente arrivare in aula.

Parallelamente, la House Oversight Committee — che il repubblicano Mike Johnson temeva diventasse "un corpo investigativo" contro l'amministrazione Trump — potrebbe essere diretta verso indagini sulle pratiche delle major dello streaming: algoritmi opachi, payola digitale, contratti discografici predatori. La presidente della commissione, probabilmente una democratica progressista come Katie Porter o Alexandria Ocasio-Cortez, ha già segnalato l'intenzione di convocare CEO di Spotify, Apple Music, TikTok.

Non mancano i fronti caldi. La regolamentazione dell'IA generativa divide persino i democratici: da un lato la tutela del diritto d'autore e del "diritto alla voce" degli artisti (il caso Drake/The Weeknd ha fatto scuola), dall'altro l'innovazione tecnologica che finanzia le campagne elettorali della Silicon Valley. Il NO FAKES Act e il AI Labeling Act sono proposte concrete, ma il percorso è minato.

Sul fronte dei finanziamenti, il National Endowment for the Arts potrebbe vedere un rifinanziamento significativo dopo anni di tagli minacciati dall'amministrazione Trump. I programmi di educazione musicale nelle scuole pubbliche — decimati dai tagli ai bilanci statali — potrebbero beneficiare di fondi federali mirati, se il Senato supera l'ostruzionismo repubblicano con la regola della maggioranza semplice (reconciliation).

Resta l'incognita Trump. Il presidente, entrato nel suo "lame duck" con indici di popolarità storicamente bassi, ha già minacciato veti su qualsiasi legge che "colpisca le imprese americane" — leggasi: piattaforme tech ed emittenti radiofoniche. Ma con due anni di Congresso ostile, la sua capacità di bloccare è limitata: può rallentare, non fermare. E ogni veto diventa materiale per la campagna 2028.

Per l'industria musicale, il messaggio è chiaro: la finestra legislativa è aperta. Le associazioni di categoria — RIAA, NMPA, A2IM, Music Artists Coalition — hanno già pronto il dossier. Ora tocca ai nuovi eletti trasformare le promesse in leggi. La colonna sonora dei prossimi due anni si scrive a Capitol Hill.

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