C'è qualcosa di stranamente rassicurante nel guardare la copertina di Massive Shoe, terzo album dei Way Dynamic in uscita per Jagjaguwar nel 2026. Dylan Young, mastermind del progetto melburniano, fissa l'obiettivo con l'aria di chi ti prepara un flat white perfetto: berretto da baseball, camicia a quadri, microfono davanti. Sembra l'archetipo del musicista indie contemporaneo, quello che trovi in qualsiasi locale di Fitzroy un venerdì sera.
Poi premi play e ti accorgi che sotto quella superficie da "third-wave barista" si nasconde un enciclopedico conoscitore della storia del pop. Young non scrive canzoni: le architetta, stratificando armonie vocali che farebbero invidia ai Beatles del periodo Rubber Soul su arrangiamenti che scivolano dal power-pop radiofonico alle derive jam-band senza mai perdere il filo.
"People Settle Down" apre le danze come una boccata d'aria primaverile: rullante esplosivo, tastiere solari, una chitarra acustica che danza leggera. La voce di Young entra in punta di piedi, quasi a non voler disturbare l'incantesimo. "I wanna build a gentle house", canta, e per un attimo ci credi davvero. La metafora dell'elefante nella stanza — "Could we see it through the night'" — trasforma il sogno domestico in qualcosa di più fragile, più vero. È il tono che terrà tutto l'album: malinconia avvolta in melodie maggiori, come una brezza di baia che nasconde correnti fredde.
Il resto del disco è una lezione di citazionismo colto. "In Review" ruba ai Fab Four quella dolcezza sognante — "I could have been your promoter / We'd have worked from home" — mentre "Evening Star" incrocia Des'ree e la tropicalia brasiliana in un ibrido che non dovrebbe funzionare e invece funziona alla perfezione. Young saccheggia decenni di songbook pop con l'ingordigia di un collezionista di vinili, ma non c'è mai esercizio di stile fine a se stesso: ogni riferimento è al servizio della canzone.
Certo, non tutto brilla alla stessa maniera. Alcuni passaggi centrali perdono mordente, scivolando in un piacevole ma inessenziale flusso di coscienza chitarristico. Ma quando il disco colpisce — e colpisce spesso — lo fa con la precisione di chi sa esattamente quale tasto premere.
Massive Shoe non rivoluziona nulla. Non deve. È il lavoro di un "vecchio saggio travestito da giovane", come scriveva qualcuno, che ha capito che la nostalgia non è guardarsi indietro ma portare il passato nel presente senza farlo invecchiare. Young ci riesce con una leggerezza che è la sua vera forza. Ascoltatelo con le finestre aperte.
